venerdì 25 settembre 2009

VAMOS A LA PLAYA (OH OH OH OH OH)

Ed eccoci qui, pronti a lasciare Puebla direzione Cancun. Ho finito di impacchettare tutte le mie cose, spero di non aver dimenticato nulla e soprattutto che il peso del bagaglio non sfori. Questo piccolo volo e' la prova di peso prima del rientro in Italia, fissato per martedi'. Riuscira' il nostro eroe a scampare la multa come fece a Bratislava nel 2006? Per l'occasione ho infarcito il bagaglio a mano fino a scoppiare, e con molta disinvoltura, avro' in mano anche una borsetta di carta. Se mi chiedono qualcosa ho dentro il libro di chirurgia, mi serve per studaire in volo (Tze'..). Magari apro la pagina delle immagini e la signorina del check in si sente male :D
I programmi per i prossimi 4 giorni sono: arrivo alle 16 a cancun, smutandamento e bagno nel mar dei caraibi. Giornata di sabato in viaggio verso Chichen Itza, domenica e lunedi abbronzatura selvaggia (con eventuale gita a Toulum ed Xcaret, da decidere in base al budget). Spero che il buon montezuma non decida di venire a prendere la tintarella con me, 4 giorni tranqulli penso di meritarmeli...

giovedì 24 settembre 2009

VADO AL MASSIMO, A CITTA' DEL MESSICO...

Il blasco diceva anche "vado a gonfie vele". Io stamattina le vele potevo gonfiarle, e pensavo al massimo di andare in un bagno qualunque in Messico. Il buon Montezuma, dopo avermi cantato la ninna nanna, mi ha dato anche la sveglia e servito la prima colazione. Per fortuna la dottoressa Gutierrez in ospedale aveva il loperamide, altrimenti adios viaje! Gli accordi con la vice-direttrice erano di trovarci in ospedale alle 9 e partire in auto verso la capitale. Avendo dormito col cesso di Rafa, stamattina sono andato con lui in ospedale, e dalle 7 alle 9 ho avuto solo visioni mistiche. Al suo arrivo la dottoressa stava per annullare tutto, quando le ho detto che stavo meglio e che sarei andato. E' stato il momento di salutare tutti (in condizioni oscene), e con un nodo alla gola abbracciare Rafa e ringraziarlo per tutto quel che ha fatto per me in questo mese. Con Ely siamo scesi nel parcheggio, e ad aspettarci a bordo di una nuovissima fiammante Mazda X-C9 (20gg di vita), Armando, uno dei suoi tanti nipoti. La dottoressa ha 9 tra fratelli e sorelle, e' sposata e non ha figli, e adora i nipoti. Ovviamente, a giudicare dall'auto, mi ha dato subito l'impressione di essere una che non ha problemi economici. E infatti parlando e' venuto fuori che hanno un sacco di case, anche nella capitale e ad Acapulco, gestiscono diverse societa'...insomma, se la passano bene. Tuttavia sono rimasto colpito dalla sua disponibilita' e generosita', stupore che a fine serata e' cresciuto ancor di piu'. Durante il viaggio di andata ci siamo tuffati nel verdissimo paesaggio messicano, viaggiando tra i 2 vulcani. 1 ora di autostrada per arrivare ad un grande casello: benvenuti a citta' del Messico! Dalle alture, avvicinandoci alla citta', sono rimasto subito colpito dalla grandezza della citta', della quale era impossibile vedere la fine, con case distribuite ovunque, una ammassata all'altra. E Armando mi dice che non e' tutta quella che vedo, ma solo una parte...del resto per farci stare 25 milioni di persone (e' la citta' piu' popolata del mondo) c'e' bisogno di spazio! Pero' si respira l'aria della capitale, della citta' urbanizzata: saltano subito all'occhio i tram e il metro' (che qui ha quasi 20 linee), e i numerosi ponti che duplicano le strade principali. Del resto vivere in cosi' tanti qualche disagio lo crea, e se pensate che il traffico di Milano sia asfissiante, vi invito ad un pomeriggio di follia a citta' del Messico: se non viene l'esaurimento nervoso qui non puo' venirvi per niente al mondo...



Comunque l'impressione che mi ha fatto e' di una citta' ben tenuta, che ha molto da offrire, e non la benche'minima traccia di delinquenza o malessere, quasi a sgretolare subito le leggende metropolitane che la vedono come citta' di delinquenti, anche con famiglia (stessa leggenda sui napoletani, gente invece civile e ospitale). Siamo arrivati all'ospedale infantile, definito da tutti la cattedrale della chirurgia pediatrica. Armando ci ha aspettato passeggiando fuori, noi, indossati i camici, siamo entrati e siamo andati dal suo amico, il professore responsabile della didattica. Ci siamo riconosciuti subito, tutti e 2 presenti nel Ranch di Leon, tra birra, tequila e chirurghi ubriachi (dettagli non specificati nella circostanza). Qualche chiacchiera, poi l'invito a raggiungere un chirurgo per visitare l'ospedale e vedere l'attivita' di chirurgia pediatrica. Scendiamo in ambulatorio e incontriamo il dottor Roberto, specialista nel trattamento di MAR e patologia colon rettale. Ci porta a spasso per i reparti, e mi spiega qualcosa sulle patologie e sulle frequenze: operano un'atresia delle vie biliari alla settimana, hanno malformazioni ano-rettali in programma come routine (quella che per noi italiani e' la circoncisione e l'orchidopessia), diversi tumori, trapianti di rene e fegato, estrofia della cloaca a quantita' impressionanti. Ricoverata c'e' una bimba con Hirschsprung: rimango sotto shock quando mi dice che e' stata operata 15 volte, e l'ultimo e' durato 36 ore...PRONTO??? Roba da fantascienza. Mi mostra poi l'area degli specializzandi: qui gia'dal primo anno operano, hanno autorita' come medici, possono firmare, operare, dare terapie, e sono a capo degli specializzandi di pediatria. Operano un sacco, e vengono istruiti a dovere. Sentendo tutto questo mi e' venuta la depressione a pensare che la cosa piu' eccitante che potrei fare in Italia sarebbe una cartella clinica (cosa che peraltro gia' faccio...). Incontro poi il dott. Lezama, quello del congresso che mi aveva invitato. Era dispiaciuto del mio non essere andato, pero' ha accettato la mia promessa a organizzarmi per tornare, e mi ha lasciato la mail per tenerci in contatto. E' un guru dell'oncologia in chirurgia pediatrica, sara' bello tenere un contatto del genere. Terminato il giro in ospedale con l'invito a tornare da specializzando, prima di uscire ho potuto ammirare un'opera di Diego Rivera, i bambini che giocano alla Pignatta, presente in originale nell'Auditorium dell'ospedale.



Nell'auditorium si stava svolgendo una lezione di cultura generale per i medici: un uomo barbuto, con occhiali e l'aria da prof di storia, parlava a diversi medici della Francia e della sua storia...molto interessante, e riflessivo vedere quanto ci tengano qui a formare un medico in tutti gli aspetti della cultura. E poi si dice che noi Italiani siamo avanti: penso, oggi ancor di piu', che siamo piccoli, cosi come il nostro stivale e' un puntino in mezzo al mappamondo...
Usciti dall'ospedale e ripescato Armando tra le bancarelle antestanti all'ospedale, siamo stati raggiunti da Fernando, specializzando in oculistica e figlio di una amica della dottoressa, e siamo andati in giro per la citta'. Purtroppo il centro era irraggiungibile in auto dato il traffico, pero' ho potuto ammirare lo stadio Atzeca (una roba immensa), le stradone a 4 corsie strapiene di auto, il quartiere di Coyacan. E' qui che ci siamo fermati, e a mia sorpresa siamo andati a visitare la casa Azul (cosa che fara' moooolto piacere alla mia dolce meta')...



Terminata la visita alla Casa che fu di Frida Khalo e Diego Rivera, siamo andati in un altro museo, la casa che fu di Dolores Olmedo, dove sono custodite molte opere di Frida e Diego, nonche' pochi esemplari di un cane messicano in via di estinzione , pavoni reali che viaggiano liberi nell'immenso giardino(mai visto uno da cosi' vicino prima!), e un sacco di splendide opere Maya, appartenute alla Olmedo, morta meno di 6 anni fa...



Concluse le visite al museo abbiamo passato 2 ore in auto per ritornare in ospedale. Quando ho chiesto se avevamo visto buona parte della citta', Fernando si e' messo a ridere, dicendomi che avevamo appena visto una piccola parte del sud della citta'...E' veramente qualcosa di immenso, e inimmaginabile. Dovro' tornarci per scoprire altri dettagli su cose interessanti, come la plaza de toro piu' grande del mondo, la piazza del centro piu' estesa del mondo, il quartiere dove vivono le gondole come a venezia...Salutato Fernando siamo tornati a Puebla. Nel viaggio in auto tante risate: mi sono sfogato su quanto accaduto in casa, facendo ridere i miei compagni di viaggio, che al tempo stesso si sono dimostrati molto disponibili. "Dovevi venire da noi, abbiamo case grandi, avresti uno spazio per te, per la tua ragazza...Andiamo in giro, ti portiamo a Veracruz, visitiamo Acapulco dove Armando ha un hotel, torni qui a Citta' del Messico e ti diamo la casa. Devi solo pagarti il volo, poi ti sistemiamo noi!". Mi piacerebbe approfittare di tutto questo, tornare a vedere quel che mi sono perso, e dare la possibilita' anche a mamma e papa', che non hanno mai visto niente fuori dall'Italia, di venire qui a scoprire un altro mondo, tanto lontano quanto vicino al nostro. Rientrati in Puebla alle 9 di sera mi hanno portato a visitare le loro case: giusto il tempo per 2 palloncini alla figlia di Armando, la conoscenza di Carmen (che verra' in estate a Milano) e suo fratello, visita alla casa della dottoressa che mi ha fatto un regalo stupendo, e poi cena in un ristorante tipico messicano a base di carne, scelta da un tagliere e cucinata di fianco al tavolo...Mi ha messo in imbarazzo quando ha pagato anche per me, dicendomi di non preoccuparmi e che era un piacere. So che non ha problemi economici, ma e' stato un bel gesto, sentito e generoso, che ho apprezzato. Peccato averli conosciuti solo adesso...Quest'ultima serata a Puebla e' stata decisamente bella, e si e' conclusa, accompagnandomi a casa, con un fortissimo abbraccio della dottoressa, uno di quelli in cui senti il calore e l'affetto, e l'invito a tornare e portare i miei cari. Un abbraccio anche ad Armando, che pero' rivedro' domani: si e'offerto di portarmi all'aereoporto, facendomi risparmiare i soldi del taxi, che potro' utilizzare per mangiare a destinazione. Dentro casa invece la solita solfa, consolle e occhi allucinati. Per fortuna quesi giorni son volati, anche perche' in casa ci ho passato meno di 2 ore. Ho approfittato per farmi la valigia, mezza pronta. Continuero' domattina, pronto per 4 giorni di relax...

L'ULTIMA CENA

La giornata di Mercoledi' e' stata l'ultima in ospedale. La mattinata e' stata molto tranquilla, con qualche visita di controllo ai bimbi operati, programmazione di un intervento per il Giovedi', e ambulatorio. La nottata in bianco non sembrava minimamente influire sulla lucidita', forse legato piu' all'emozione dell'ultimo giorno. Osservavo Rafa mentre parlava con i genitori dei bimbi, e mi son venute in mente molte occasioni in cui l'ha fatto in questo mese: mi lascia un buon ricordo e un buon insegnamento, non solo di tecnica chirurgica ma di grande umanita'. E' empatico, paziente e premuroso, nonche' molto disponibile. Una volta mi disse che un buon medico sa il giusto di medicina e non si dimentica di essere umano. Parole sagge, vere e perfettamente condivise. C'e' stato, nel corso della mattinata, anche l'incontro con i genitori della piccola per la quale la commissione ha deciso la dimissione. Sono entrambi molto giovani, la mamma poco piu' che ventenne e psicologicamente distrutta. Il padre molto piu' deciso, sicuro, quasi distaccato dal problema. Ci sono voluti 30 minuti di continue domande evasive (e il rifiuto a operare la piccina per la gastrostomia, trattamento quantomeno palliativo), prima che la dottoressa Janine, in maniera molto diretta, all'ennesima osservazione del papa' sulle aspettative di vita della piccina ha risposto "qui non si tratta di aspettative di vita, ma di decidere se volete che vostra figlia muoia qui, in un freddo reparto, da sola, oppure tra le vostre braccia a casa, nel calore della famiglia!". Mentre diceva quella frase aveva gli occhi lucidi, provata dalla situazione, come tutti i medici del comitato. Non e' facile trovarsi davanti a situazioni del genere, ne' come genitore, ne' tantomeno come medici. Rafa ha dimostrato ancora una volta grande umanita' con i suoi gesti, le sue parole emozionate e la sua grande disponibilita', che portero' sempre tra i miei ricordi. Lasciare quella stanza e' stato come uscire da uno stato di apnea prolungato. Terminata la consulta ho comprato una torta e una bibita, che ho offerto a tutto il personale conosciuto in questo mese. In ospedale sono stato proprio bene, e tutti speravano che rimanessi un po' di piu'. Sarei potuto rimanere un altro giorno, ma domani saro' a Citta' del Messico: la vicedirettrice dell'ospedale, conosciuta bene solo lunedi', mi ha invitato ad andare con lei nella capitale per visitare l'ospedale infantile, ottimo posto per la chirurgia pediatrica, e fare un giro per la citta'. Stavolta il treno non lo perdo....
Usciti dall'ospedale Rafa mi ha portato a casa, giusto il tempo di una doccia, prendere un cambio per domani, e ripartire verso casa sua. Mentre mi preparavo e' andato a prendere Lupita, la sua bimba di 6 anni. Durante il viaggio in auto mi sono divertito un sacco con la piccina, decisamente adorabile. E lui le vuole un bene incredibile...Arrivati a casa ho potuto sfoggiare per la piccola Lupita le mie doti da payaso: sculture di palloncini, micromagia, per la sua felicita' e quella del suo papa'. E non ho potuto resistere, nel vederlo sorridere indossando il mio naso rosso, dal regalarglielo insieme ai miei trucchi: e' rimasto molto contento ed emozionato. Spero ne possa fare buon uso al Niño Poblano, tra una visita e l'altra.



Riportata a casa Lupita ho iniziato a preparare la cena: per salutarmi Rafa ha organizzato in casa sua una serata con i suoi amici piu' cari, chiedendomi di preparare qualcosa di Italiano. C'erano Miguel e Alejandro, entrambi accompagnati dalle dolci meta', piu' la ragazza di Rafa, l'infermiera della sala parto. Ho cucinato per circa 3 ore, dalle 6 del pomeriggio, e le portate servite sono state: antipasto con bruschette all'italiana e melanzane arrostite, pasta alla norma, zucchine ripiene, insalata di pomodori e ananas in fette accompagnato da una crema di mascarpone(volevo fargli la torta, ma non ho trovato i savoiardi!!!). Cucinare tutto quel tempo, con solo 2 ore scarse di sonno, mi ha disintegrato la schiena, che non mi sentivo piu' dal dolore. Hanno apprezzato tutto, e il buon Rafa si e' letteralmente divorato le zucchine ripiene, servite quando gia' tutti stavano scoppiando.



Tra una portata e l'altra ho intrattenuto il pubblico con qualche trucco di micromagia e qualche scultura di palloncini, che anche agli adulti fanno piacere. Per concludere ho concesso la rivincita a scacchi a Miguel e Rafa: il primo e' stato nuovamente sconfitto, mentre Rafa e' riuscito a battermi, complice l'ora era mezzanotte passata) e i crampi addominali che mi impedivano anche di respirare. Alla fine il bollettino resta di 3:1 per l'italia degli scacchi, per la gioia dei tifosi. E' stata proprio una bella serata, conclusasi con abbracci, scambi di mail e promesse di rivedersi presto, qui o in Italia. Salutati tutti, l'unico desiderio era quello di dormire, desiderio disintegrato dal buon Montezuma, che ha deciso di partecipare anche lui alla cena per salutarmi prima della partenza (che je possino...)

mercoledì 23 settembre 2009

NIGHT SHIFT IN NIÑO POBLANO

Sono le 04.44 della mattina. Sono nell'ospedale del Niño Poblano, dove sto facendo il turno di notte insieme a Rafa e Manuel. Venire qui ha un sapore particolare, farlo di notte ancor di piu'. E' tutto diverso dall'ospedal de la Mujer: ci sono bambini, dai neonati a quelli piu' grandi, con problemi di vario tipo. All'entrata rimango colpito dai molti alberelli piantati in giardino. Hanno un significato: ogni albero e' un trapianto d'organo eseguito qui. Non faccio fatica ad ambientarmi qui: dopo aver rivisto Manuel che mi ha accolto calorosamente, mi sono cambiato e ho iniziato il giro con loro. Il primo bimbo visitato era gia' un caso grave: una leucemia linfoide acuta, 8 anni appena, con un sospetto di perforazione intestinale. Chiediamo un RX Addome e aspettiamo. Passati dai bimbi piu' piccini, 4-5 anni, e' venuta fuori la mia ves da payaso. Prima tante chiacchiere con un burlone operato di ipospadia, la classica macchietta da reparto, che dopo 30 secondi gia' mi chiamava "Doctor alejandrooooo" con una vocina simpatica. Poi risate e timidezza di un'altra bimba in un'altra stanza. Colpi emotivi alla vista di un piccino, di solo 3 anni, con un bruttissimo tumore al fegato. Aveva un guanto gonfio legato alla culla. L'ho trasformato in un pupazzetto, per la gioia delle mamme intorno e lo stupore di Manuel...Sembrava una serata tranquilla, trascorsa guardando le foto del congresso, e mostrando al doc la mia tesi di laurea (con tanto di presentazione, fattta per l'occasione in spagnolo!), quando sono arrivate le immagini radiologiche (qui ancora sulla pellicola, non su mega pc in rete): il bimbo e' perforato e va operato. Non abbiamo fatto in tempo ad arrivare in camera che il bimbo aveva perso conoscenza, e gli anestesisti lo stavano intubando. In quel momento abbiamo parlato con la mamma e il papa': e' un caso delicato, grave per la sua leucemia, con un rischio chirurgico elevato. C'e' la possibilita' che muoia. Non trattengono le lacrime al nostro allontanarci. Le trattengo a malapena io, come non riesco a trattenere il desiderio di confortarli in qualche modo. La condizione del piccolo, una volta aperto l'addome, era complicatissima: materiale fecale diffuso, con una reazione di difesa che aveva incollato tutte le anse intestinali: ci sono volute 3 ore per capirci qualcosa, e purtroppo la valvola ileo-cecale, il cieco e l'ascendente erano gia' necrotici, al punto da necessitare di una resezione. 2 stomie, una borsa di bogota' per rioperarlo tra 48-72 ore, una triplice terapia antibiotica in attesa dell'esame colturale. E' uscito vivo dalla sala operatoria, con una prognosi riservata. Negli occhi dei genitori, il terrore di perdere il loro piccino, e la speranza che il nostro lavoro gli possa aver regalato un'altra possibilita'. Non vorrei mai trovarmi nella posizione di un genitore in questi casi, anche se devo ammettere che nemmeno quella del chirurgo e' facile...e in questo momento, finito tutto, non riesco a dormire sebbene ne avrei bisogno. Guardo manuel che dorme rannicchiato su una poltrona, e' qui da 24 ore, e andra' via solo domani alle 18. Gli specializzandi sono spremuti come spugne qui (un po' come si vede in gray's anatomy), forse troppo. Pero' da queste parti sono capaci, dopo 2 anni di specialita', a condurre con grande tecnica e freddezza un'operazione complicata come quella odierna (fatta da Manuel come primo operatore), e a parlare con i genitori come un vero chirurgo. I chirurghi grandi danno fiducia, lasciano spazio, e fanno crescere nuove generazioni di chirurghi. In Italia il massimo a cui puoi ambire, dopo 5 anni di specialita', e' che un primario assonnato ti lasci una fimosi...che amarezza! vado a dormire, alle 8 devo andare nell'altro ospedale, per l'ultimo giorno di chirurgia messicana. Come dicevo qualche settimana fa, gia' ne sento la mancanza...

ARROGANZA E PRESUNZIONE

Stamattina in ospedale non ero solo: a far compagnia a me e Rafael e’ venuto Miguel (quello del Ranch-zoo). In questi giorni e’ in vacanza, e ieri Rafa lo ha chiamato per venire ad operare oggi un dotto arterioso in un neonato di 1kg. Qui la modestia e l’umilta’ dei chirurghi e’ qualcosa di incredibile, e si da molto spazio ai colleghi, soprattutto quando sono piu’ giovani. Si prende alla lettera cio’ che si giura secondo Ippocrate, ovvero di insegnare come ad un figlio l’arte della medicina e della chirurgia. Niente a che vedere con l’arroganza e la presunzione di chi in Italia diventa primario o chirurgo di ruolo con un po’ di spazio. Sembra che tutto il lavoro sia solo per lui, che la professione medica sia solo un suo podere, e nessuno, se non il leccapiedi di turno, ha la benche’ minima speranza di imparare qualcosa o avere il suo spazio.
Tralasciando questi pensieri, mentre visitavamo i bambini nella terapia intensiva, e in particolare la piccolina perforata operata piu’ volte, ho pensato che in questo mese le cose sono andate bene, e che nessuno dei bimbi trattati ha avuto conseguenze gravi o e’ deceduto. E questo pensiero positivo si e’ dimostrato prematuro. Saliti per un caffe’ ho scoperto, ascoltando Rafa parlare con Miguel, che durante i giorni del congresso e’ stato operato un neonato da un chirurgo generale, dato che non c’erano a disposizione chirurghi pediatra. Poteva essere trasferito in un altro hospédale, invece il chirurgo generale lo ha preso in carico. Arroganza e presunzione, la stessa che porta anche nel nostro paese i chirurghi a credersi onnipotenti, e a spingersi sempre oltre ogni limite. Da quando sono in chirurgia pediatrica piu’ volte e’ capitato di ricevere bambini e doverli trattare in urgenza, con quadri clinici severi che si sarebbero potuti evitare se i chirurghi generali che li avevano in carico li avessero trasferiti immediatamente. Beh, qui e’ successa la stessa cosa, con la differenza che, gestire una perforazione intestinale in un neonato con una resezione che generalmente fai in un adulto, puo’ andarte bene se sei fortunato, puo’ provocare la morte del piccolo nel caso opposto. E in questo caso, ieri, la piccolina non cel’ha fatta ed e’ morta… Ho cercato di superare il momento parlando di altro con Miguel. Dopo alcuni minuti, in attesa di andare ad operare, Rafa ci ha informato che ci sarebbe stata una seduta del consiglio bioetico, per discutere di un caso grave. Qui in México, benche’ si possa pensare che sono indietro con la sanita’, hanno a mio avviso una corretta maniera di gestire certe cose. Quando ci sono situazioni cliniche gravi, per le quali la medicina non puo’ piu’ far nulla e gestire un paziente puo’ voler dire ridursi nelle condizioni di avere vegetali attaccati ad una macchina, si riunisce un comitato di medici specialisti in piu’ discipline, che discute il caso e giunge ad una decisione. E’ una sorta di eutanasia passiva, ovvero la decisione di non intraprendere una certa strada di cure che puo’ solo prolungare le sofferenze dell’assistito e di chi gli sta intorno. Sicuramente una posizione difficile, una scelta che ricade su uomini e donne che discutono, con grande tensione e trasporto emotivo, seduti intorno ad un tavolo con tutta la documentazione clinica e legale. Niente a che vedere con l’arroganza del nostro paese, dove, in nome di una confessione religiosa predominante, capi di stato si impongono sopra qualunque cosa, anche sopra il volere di un padre che vede da 20 anni una carota con i capelli deperirsi in un letto attaccata ad un respiratore. Il caso discusso dalla commissione oggi era un caso molto toccante, che ha pero’ riaperto una ferita nel mio animo che si creo’ esattamente 2 anni fa, per una situazione analoga. Si tratta di una bimba, nata a fine luglio prematuramente per via di una infezione materna difficilmente gestibile complicata da aumento eccessivo di liquido amniotico. Dopo la nascita la bambina stava apparentemente bene, se non che dopo 2 settimane si e’ improvvisamente aggravata, ed un esame ha dimostrato l’esistenza di una emorragia cerebrale di IV grado, molto grave, che necessitava di trasfusioni di sangue. E i genitori di questa piccola sono “testigos de Jehová”. La decisione di non trasfondere la piccola, mantenuta salda dal padre, ha complicato ulteriormente il quadro clinico, con indebolimento ed anemia a cui ha fatto seguito una infezione che si e’ rapidamente trasformata in sepsi. Non e’ servito a nulla che la madre, seppure in modo coatto e di nascosto dal marito e da altri familiari, abbia acconsentito a sottoporre la piccina a 2 trasfusioni. Ormai era troppo tardi. Ad un esame tac cerebrale, seguito da una risonanza magnetica, la situazione resulta sconcertante: al posto del cervello, la piccola ha delle aree di colliquazione complete. A poco sono servite le 2 ventriculostomie praticate, che hanno solo fatto uscire dal cranio quantita’ abnormi di pus. Tutto cio’ che e’ rimasto del cervello della bambina e’ il tronco, che veicola le funzioni vegetative (respiro, digestione…). Tutto il resto e’ un ammasso di poltiglia, che ha ovviamente portato la piccola a soffrire di crisi convulsive continue, di difficile gestione. Oltretutto, il quadro infettivo si e’ complicato con una perforazione gastrica, che e’ stata trattata con una resezione parziale di stomaco. La decisione da prendere e’ difficile: tenerla in ospedale o mandarla a casa? Il problema e’ che qui i posti letto sono pochi, le richieste tante, e i casi senza speranza vengono lasciati al loro corso naturale: meglio morire nel calore della famiglia che soffrire una vita in un letto di ospedale, senza sapere cosa succedera’ quando i tuoi genitori non saranno piu’…. E la decisione del comitato etico, alla luce del quadro clinico e delle aspettative infauste, e’ di mandarla a casa. Ci sono persino difficolta’ nelle cure palliative Della piccola: eseguire una gastrostomia permetterebbe di alimentarla, ma il rischio di trasfusione, dato che ha solo mezzo stomaco e ricamente vascolarizzato, e’ alto. E il padre ovviamente si continua ad oppore, in nome di una legge interpretata dall’uomo. Mi fanno rabbia molte cose in tutto questo, a cominciare dall’arroganza e presunzione, gia’ sperimentata anche in Italia, di queste persone, spesso senza nemmeno troppa intelligenza, che pretendono di voler insegnare la medicina a chi l’ha studiata da una vita e praticata da decenni, avvalendosi di un opuscoletto di 32 pagine e della fatidica frase “beh, in altri paesi operano senza sangue, si vada ad informare…”. Forse fareste meglio ad informarvi voi, o meglio ancora a lasciare che la vostra coscienza, e non il timore dell’uomo, vi porti a fare delle scelte discutibili. E magari vestirsi di modestia e umilta’, suggerimento tanto predicato quanto poco applicato. Tutta la questione mi ha aperto una ferita che tenevo chiusa da un po’ di tempo, ed alimentato una rabbia incontrollabile. Mi vengono in mente le parole lette recentemente in un libro: “Vedono gli alberi ma non la foresta”. Se penso poi alla decisione della madre, e al modo di gestirla, la rabbia aumenta ancor di piu’. E risparmio di riportare i commenti dei medici di Puebla, molto a modo ma tutti concordi nel riscontrare che il problema principale per la bambina sono i genitori, in particolar modo il padre… Ancora adesso a pensare a quel che ho assistito, a rivedere le immagini della tac, mi piange il cuore. Come puo’ volere Dio tutto questo? Come si puo’ pensare che una scelta discutibile, che toglie valore alla vita di un neonato incolpevole (o di un adulto in altri casi) invece che dargliene, possa essere approvata quando mette altri esseri umani nella condizione di dover decidere quando e come morira’? Sembra un grande paradosso, che ancora adesso, nella rabbia, faccio fatica a spiegarmi. Per non pensarci piu’ e’ bastato scendere in sala operatoria, parlare con il papa’ della bambina da operare, guardare gli occhi di chi lascia la vita della cosa piu’ preziosa che ha nelle tue mani e che, riponendo grande fiducia in te dopo aver sentito tutti i rischi a cui puo’ andare incontro, dice: “la lascio nelle sue mani doctor, so che e’ la cosa migliore…”. E la cosa bella, alla fine dell’intervento, e’ potergliela ridare in braccio, sana e salva.

lunedì 21 settembre 2009

AUTUMN LEAVES (SCRUBS EDITION)

Oggi e' il primo giorno di autunno, il mio ventiseiesimo autunno. Passano in fretta le stagioni, e anche quest'anno e' arrivato il momento in cui il rosso, il giallo e il marrone, colori delle foglie che muoiono e cadono, prendono il posto del verde e dell'azzurro, tipicamente estivi. Non che qui a Puebla lo sbalzo sia particolarmente evidente, visto che sono 3 settimane che vivo in un clima decisamente autunnale. Pero' stamattina, viaggiando sull'autobus, mi e' venuto in mente di essere alla mia 26ma stagione autunnale guardando quel bimbetto, di 5 anni, che viaggiava solo soletto sul bus, con lo zaino in spalla, una bottiglina con dentro probabilmente un succo di frutta, e due occhioni curiosi che guardavano fuori dal finestrino. Mi ricorda un po' me, quando da piccolo, facevo con la mia testa riccioluta il percorso casa-scuola solo soletto, spulciando a destra e a manca alla ricerca di cose curiose da carpire. La parte piu' pericolosa del mio viaggio era l'attraversamento di via confalonieri, per fortuna munito di semaforo, e sempre fatto in compagnia di altre mamme e altri bimbi, giusto per non sentirsi troppo soli. "Ne passeranno di autunni anche per te piccoletto" pensavo mentre mi guardava, sorridendogli e suscitando dapprima la sua timidezza, poi la sua curiosita'. Arrivato in ospedale,complice la digressione mentale stile JD, o forse l'ambiente del reparto, spiccicato a quello del telefilm, mi sono sentito dentro ad una puntata di scrubs. C'erano i medici gia' vestiti sul bus, pronti per il reparto. Non so perche' lo fanno in Scrubs, qui lo fanno perche' non hanno un armadietto, ne' un posto dove cambiarmi. Anche io, gia' vestito col camice sotto la giacca (tanto, fare l'igienista in mezzo al 99% di medici che si comporta cosi' mi rende solo ridicolo...se non altro ho messo la giacca sopra il camice!), mi sentivo un po' JD. Soprattutto a viaggiare per l'ospedale con lo zainetto in spalla, contenente il mio vestiario chirurgico. Il lavapavimenti con uno sguardo poco simpatico mi ha aiutato ad immedesimarmi ancor di piu' nella scena, e me lo immaginavo gia' farmi qualche dispetto e ridere delle mie disgrazie (per l'occasione, crampi addominali continui...forse e' lui che ha fatto sparire la carta igienica in tutti i bagni!!!). Lungo il corridoio, medici di tutti i tipi, con camici variegati, a far tutto fuorche' lavorare: uno che beve una coca, l'altro che mangia un panino, altri 2 che ridono e scherzano, uno che si legge il giornale, c'e' pure quella vestita da chirurgo con i tacchi! Ci manca solo il Tod con le mutandone infarcite... A completare il quadro scrubs di questa giornata primaverile piu' che autunnale (a dispetto del 21 settembre infatti stamattina ho potuto anche prendermi il lusso di usare gli occhiali da sole!), il capannello di infermiere e studenti davanti alla scrivania in centro al corridoio, qualcuno con il suo bicchierozzo di caffe', altri tenendo in mano quelle cartelle metalliche contenenti tutta la documentazione clinica. Ho pensato nella mia testa che ci mancava solo un bel ballo di gruppo: detto, fatto! Nella sala degli intermedi le infemriere stavano cantando una canzoncina ad una collega, invitandola a fare il bagnetto ad un piccolino!!!Non so se la stessero prendendo in giro, ma ci mancava solo che si mettessero in fila e preparassero una coreografia. A completare il buffo ospedale stile scrubs, la visione questa mattina del magnifico direttore: un ometto basso, coi baffetti e la chierica alla zidane di capelli bianchi, occhialoni quadrati e sembianze tutt'altro che messicane. A seguirlo una donna un po' trasandata e tutta trafelata. Mi ricorda quel poveraccio di Ted. Magari nel pomeriggio si intrattiene con le altre in un folkloristico gruppo di canto a cappella! Riportata la testa nel mondo reale mi sono concentrato sulla chirurgia del giorno, oggi decisamente interessante: atresia duodenale per iniziare. Era la prima volta che ne vedevo una, e avere la fortuna di vederla da cosi' vicino (primo assistente) non e' cosa che capita tutti i giorni. Eppure la sfortuna (o forse i dispetti dell'inserviente?) mi hanno costretto, a 3/4 dell'opera, a lasciare il campo operatorio: dolori colici e gastrici fortissimi, al punto da iniziare a sudare freddo e diventare pallido. Ci ho messo 40 minuti a riprendermi da quei maledettissimi crampi ("i'm not superman..."), e fortuna che non ho avuto bisogno del bagno, altrimenti l'omino delle pulizie si sarebbe fatto si delle grandi risate per l'assenza di carta igienica! Recuperato un colore di una gradazione un po' piu' vivace del bianco cadavere sono tornato in pista, pronto per l'intervento di chiusura del dotto arterioso. Ed e' stato allora che e' arrivato il mio grande momento: dopo aver condotto l'intervento da manuale, al momento di chiudere il torace della piccola (la stessa che non era stata operata venerdi') mi ha guardato: "Bambi vuoi fare una continua intradermica?". Penso di aver avuto gli occhi a cuore in quel momento, cuore ancor piu' grande quando lo stesso Aguilar mi ha lasciato i ferri in mano e, congedandosi, mi ha dato appuntamento al piano di sopra. Mi sono immaginato le infermiere in festa, con tanto di coriandoli e fuochi artificiali. Ogni singolo punto dato a quella ferita pensavo a quanti autunni ho sognato prima di arrivare ad un momento del genere (vissuto solo per interventi su adulti, mai su un neonato), e a quanto avrei dovuto far bene perche' quella piccola ferita potesse scomparire anno dopo anno, senza lasciare traccia sul corpo della piccola, cosi come le foglie che cadono dagli alberi in autunno per poi sparire. Alla fine mi sono anche immaginato, in una fantastica assenza, il personale portarmi in trionfo fino all'entrata dell'ospedale. Mi piace pensarla cosi', come un grande successo (ogni tanto fa bene sognare no?). Ovviamente l'assenza finisce con me che vengo buttato in una pozzanghera, e un bus che passa e mi finisce di inondare di fango, mentre fuori scoppia il diluvio (altrimenti che puntata di scrubs e'?!?). Scherzi a parte, vedro' prima di partire se dovro' regalare alla piccola una cerniera o un po' di mastice per il suo primo comple-mese!!! Gli autunni passano in fretta, uno era iniziato in modo speciale l'anno scorso, e un anno dopo, lo stesso giorno, sono riuscito a provare un'altra emozione speciale. Spero di potermene ricordare molti altri di autunni cosi...

domenica 20 settembre 2009

LLUVIA DE INSULTOS (Y DE HAMBURGUESA TAMBIEN)

Faccio una premessa: questa e' l'ultima volta che sfogo la rabbia verso i miei padroni di casa su questo post! Da domani mi concedero' solo commenti su ospedale, vita in giro per la citta', insomma commentare quello che sono venuto a fare. Pero' quello che e' successo oggi va raccontato, giusto perche' si capisca in che posto mi trovo. Parto da ieri sera, lasciato solo di nuovo. Un velo di tristezza mi ha assalito dopo un'ora di nullafacenza, considerata anche l'impossibilita' di intrattenermi in chiacchiere telematiche con qualcuno in Italia per via del fuso. Avrei voluto dormire, ma esattamente qui di fianco hanno fatto una festa, e i messicani pare soffrano di sordita': volume a palla e musica fino alle 3 di notte. Gia' qui gli insulti sarebbero partiti a pioggia, ma al cessare della musica il mio cervello si e' messo in standby. Il progetto originale era quello di dormire almeno almeno fino alle 11, per poi farmi una bella doccia e uscire. Ora vi faccio una domanda: se alle 6.30 una persona vi entra in camera e vi sveglia, e con insistenza vi invita a vestirvi per uscire, cosa fate? Risparmiatemi i dettagli, lo posso immaginare, a meno che ovviamente la motivazione non sia una questione seria...beh, stamattina alle 6:30 marcos mi ha svegliato, con parecchia insistenza, facendomi vestire e andare in auto con lui. "vieni con me, devo fare una commissione, cosi vedi la citta', portati la macchina fotografica...". Ora, considerato che sono qui da 3 settimane e piu', che la citta' potevate anche farmela vedere un altro giorno, ad orari piu' decenti, e che soprattutto mi lasciate spesso qui da solo, ma proprio stamattina e soprattutto a quest'ora mi dovete rompere i maroni??? Probabilmente il sonno boia e la musica rilassante trasmessa dalla radio hanno lasciato che gli insulti scorressero vivaci solo nella mia testa. Dopo circa 20 minuti, durante i quali ho potuto ammirare, nella penombra dell'alba, la chila poblana (una statua di una donna col tipico costume messicano) e una chiesa di cui non ricordo il nome, siamo arrivati in un posto, dall'altra parte della citta', in una via un po' appartata.



Marcos e' sceso e mi ha fatto restare li. Erano le 7 di mattina, e con molta nochalance ha bussato piu' volte ad una porta. Ho capito solo dopo che si trattava di un suo affittuario, e lo scopo del viaggio era ritirare i soldi dell'affitto (e bisogna far presto, se no questi non li trovi...). Terminata l'incombenza speravo di tornare tra le braccia di Morfeo, invece, facendo tappa nell'area 5 maggio (zona importante a livello storico per la cacciata dei francesi nel 1862, con 2 fortini, Hidalgo e Loreto, sede della resistenza, e un sacco di targhe a ricordare ai messicani dei loro fratelli patriotti che gli hanno regalato la liberta'), siamo finiti dietro allo stadio di Puebla. Qui ha parcheggiato l'auto lungo la strada e siamo stati per piu' di 40 minuti fermi, in silenzio. Non capivo il perche' di tutto questo, poi, alla mia 4 domanda "perche' diamine siamo qui???" la risposta e' stata: "la mia sposa mi ha chiesto Tamales, e qui viene un camioncino che li fa buonissimi...". COOOSAAA??? MA PER CHI MI HAI PRESO, PER IL TUO CANE DA COMPAGNIA??? Ho sollecitato piu' volte di tornare a casa data l'assenza del camioncino, finche' alle 8:40 siamo ripartiti. Non contento Marcos ha fatto un giro in auto ed e' tornato indietro. Fortuna ha voluto che il camioncino fosse arrivato, cosi' ha potuto fare felice la sua sposa, che intanto dormiva comodamente al calduccio. L'unica magra consolazione di tutto questo e' stata la gran bella vista dei vulcani sullo sfondo della citta', immagine che meritava una foto, se non fosse che la malasuerte mi avesse fatto scaricare la macchina fotografica proprio sul piu' bello...Siamo arrivati a casa alle 9.20, e non ci ho pensato 2 volte a tornare nel letto e piombare di nuovo in un sonno profondo. Sonno che e' durato solo 2 ore, perche' poi hanno deciso di tagliare l'erba nel giardino,esattamente sotto la mia finestra. OVVIAMENTE mi sono svegliato, e nella mia testa il gallo non faceva chicchirichi, ma urlava un po' di insulti variegati...Il meglio alla mia uscita in giardino, mezzo assonnato, con Marcos che mi invita a fare "un po di attivita' fisica" indicandomi la zappetta per aiutarli a fare il giardino...sai cosa c'e' caro marcos? ANCHE NO! Mi sono lavato, sistemato, e ho trovato il conforto di chi mi vuol bene, un attimo di sollievo in un momento di sconsolatezza estrema. Pensavo almeno di consolare il tutto con il viaggio verso il mercatino di Cholula, ma anche per questo ho dovuto penare ben 2 ore, prima di vederli pronti per uscire. C'e' chi mi dice di parlarci, di dire queste cose (e tutto il resto) e far valere i miei diritti mostrando la mia delusione. So che avrei ragione, ma sto attraversando una fase un po' zen, e non ho voglia di litigare. Voglio solo che passino questi altri giorni e andare a godermi un po' di mare. Il viaggio verso il mercato e' stato straziante, non calcolato (come per tutto il resto del pomeriggio), e costretto ad ascoltare un cd per imparare il tedesco...ALLEGRIA direbbe il buon Mike!!! Se non altro il tempo trascorso al mercatino l'ho impiegato a cercare gli ultimi regalini da portare in Italia, e non ho fatto minimamente caso alla loro indifferenza, attratto dai colori e dal folklore di questa terra.




Pensavo, al termine del giro, di tornare a casa per sfogarmi un po' su skype, e ricevere un po' di consolazione, invece, senza che mi si dicesse nulla, mi sono ritrovato ad Angelopolis,di nuovo. "L'hai mai visto?" Ehm, ero qua giusto venerdi', e vel'ho pure detto, ce la facciamo??? Lo scopo del viaggio era mangiare pollo fritto da KFC. Ho declinato la gentile offerta optando per un piu' leggero (e forse salubre) sushi. All'alba delle 6:40 la prospettiva di tornare a casa mi angosciava, cosi' ho optato per il cinema, presente nel centro commerciale. Con discreta svogliatezza Andre e Octa mi hanno seguito, e ho scelto pure il film: LLUVIA DE HAMBURGUESA, un film di animazione 3D che uscira' tra poco anche in Italia (visto che l'era glaciale 3 me la son perso mi sono cuccato un film prima dei miei compaesani :P). Prima del film mi sono dovuto sorbire 6 spot decisamente patriottici, tutti a ricordare di essere orglogliosi di appartenere al popolo messicano, alla sua gioventu', e a contribuire col microcredito per un futuro glorioso...Se non altro la pioggia di hamburgher mi e' piaciuta molto, e non ho avuto difficolta' a seguirla completamente nonostante fosse in spagnolo (e a questo punto potrei metterlo come terza lingua conosciuta, senza averci dedicato manco 1 secondo di studio, yeah!) e le risate hanno preso il posto degli insulti. Carino il film, la storia, la morale (e soprattutto il papa' monociglio del protagonista!), vi consiglio di andare a vederlo quando uscira'.



Alla fine del film mi era tornato un po' di buonumore, che e' sparito dopo meno di 20 minuti. "Ci fermiamo dai nonni?" e' stata la domanda dei ragazzi. Ovvia la risposta. E non e' servito molto a capirne il motivo: in meno di 20 secondi erano gia' sul divano, tv e sky accesi, a guardarsi un telefilm...ma gli vogliono proprio bene a sti nonni eh???ma un sacco! Ho resistito 5 minuti, tempo di vedere su discovery uno di quei programmi che ti insegna a crescere un figlio sociopatico, con una tata che invitava la mamma a punire il figlio rinchiudendolo in una specie di recinto...lascio a voi i commenti al riguardo, io non mi esprimo...Certo e' che se questi ragazzi sono sociopatici penso di sapere il perche'! Ho salutato e sono tornato a casa, dove ho sistemato tutti i regalini comprati. Ed e' stato poco fa, mentre pensavo sdraiato sul letto, che ho avuto la dimostrazione di vivere in mezzo a gente ambigua: si sono presentati in camera con 5 regali, uno per ciascun membro della mia famiglia. E la frase di congedo e' stata: "e' un piacere averti qui, e la nostra porta e' sempre aperta!"... Io vi consiglierei di aprire l'ombrello, perche' adesso vi arriva una pioggia di insulti!!!

sabato 19 settembre 2009

DIGRESSIONI DI FINE ESTATE

Mi sarebbe piaciuto molto andare a citta' del Messico questo weekend, e tornare magari in centro a Puebla con un clima migliore. La seconda cosa, nonostante i presupposti, si e' realizzata. Per la prima, ahime', non si realizzera'. Vasco voleva vedere come andava a finire, e la fine e' che la capitale probabilmente la vedro' un'altra volta...I presupposti, che tornano nuovamente a rovinarmi un'esperienza fino a pochi giorni fa decisamente positiva, partono da ieri sera, dopo la stesura del post. Alle 11 mi sono ritrovato di nuovo da solo, senza sapere ne come ne perche'. E l'assurdo e' che ho dormito da solo, nessuno dei ragazzi e' rientrato. Sono rimasti a dormire dai nonni, 50 mt piu' in la'. "Si perche' vogliono bene ai nonni, sono sempre li, ci passano molto tempo in quella casa..." Ma non sara' che li c'e' la tv via cavo, con sky, e un televisore della sony da 100 pollici, e invece che stare coi nonni continuano a giocare in surround? MA UNA VITA SOCIALE VE LA VOLETE FARE?!? E' sabato sera, e di uscire non se ne parla proprio...Stamattina ovviamente ero di nuovo solo, nell'impotenza piu' assoluta. Ho approfittato per studiare un po' di chirurgia, chiamare l'Italia, guardare il poker della magica juve in streaming. Certo che Ferrara mi ricorda un sacco Lippi, si vede che ha preso molto dai suoi insegnamenti, si atteggia in panchina addirittura come lui. Presto gli vedremo anche il toscanello? Grande ciro!! Terminata la partita, siamo andati a mangiare a casa dei nonni. Il concetto di famiglia allargata da queste parti e' cosa reale: la casa dei nonni e'immensa, sai come entri e rischi di perderti. E ovviamente e' un porto di mare. La gente entra ed esce, mangia, guarda la tv, dorme...Io non so se potrei sopportare una cosa simile. Va bene mantenere i rapporti con i genitori, con i parenti tutti, pero' quando si diventa autonomi ognuno in casa sua. Si puo' stare insieme con piacere, condividere gioie di pranzi o altre attivita', ma sempre con la consapevolezza di non esere in casa propria! Qui il concetto pare non esista, casa dei nonni e' casa di tutti (beh, ovviamente le altre case sono off limits!). Finito il pranzo (alle 4.30 del pomeriggio), ho convinto uno svogliatissimo octa, nel frattempo riapparso insieme agli altri 2, a venire in centro con me. Un giretto durante il quale la sua voglia di farmi compagnia era inversamente proporzionale a quella di strangolarmi per avergli tolto 2 preziosissime ore di gioco. Il centro, visto alla luce del sole e senza pioggia, e' risultato coloratissimo. Diversi edifici, nelle vie principali, sfoggiano colori pastello, dall'azzurro al giallo, passando per il rosa, il rosso e l'arancio. Ogni edificio ha il suo colore, e gli accostamenti a volte non sono proprio dei migliori.



Il tempo passa in fretta passeggiando per queste vie piene di gente, buttando lo sguardo nelle decine di negozi di scarpe o abbigliamento sportivo. Davanti alla cattedrale, 10 e piu' clown intrattengono un discreto numero di adulti e bambini con gag, sculture di palloncini, giocoleria. Mi verrebbe voglia di truccarmi e buttarmi nella mischia.



Ne incrocio uno allontanarsi dalla piazza, sembra serio, un ottimo spunto per sfoggiare un sorriso e una linguaccia, che lo fanno immediatamente sorridere. Evidentemente non se lo aspettava... A guardare tutti questi clown presenti a Puebla penso a quando, prima di partire, dovevo scegliere il nome di questo blog, compito lasciato alla mia dolce meta'. Beh, non poteva trovare titolo piu' azzeccato! Anche per il lejano, perche' dopo quasi un mese lontano da casa, forse ora complice la situazione domestica, inizio a sentire un po' di nostalgia...
Mi sarebbe piaciuto passare un po' piu' di tempo in centro, ma per ovvi motivi alle 8 siamo ritornati a casa. E il viaggio di ritorno mi ha fatto provare l'esperienza piu' disumana degli ultimi anni. Avete presente, viaggiando in autostrada, quei camion pieni di maiali fino a scoppiare, al punto che i poveretti stanno uno sopra l'altro? Ecco, l'idea del mio viaggio di ritorno ora l'avete ben chiara! Per tornare infatti abbiamo preso un mini-van. Qui sono diffusissimi, e molto utilizzati. A vederli da fuori sono piu' piccoli del ford galaxy di papa'. A occhio e croce chiunque penserebbe di farci stare 7-9 persone al max. E invece no! Sono attrezzati come dei bus: pianale rifatto, scalini per la salita, meccanismo di leve multiple azionate da un maniglione tipo freno a mano dal conducente per aprire e chiudere il portello, sedilini tipo panchine per accogliere i 9 posti a sedere, manigle sul soffitto per aggrapparsi, luce al neon. Il numero raggiunto oggi nella corsa centro-momoxpan e' stato, udite udite, di 26 persone, 9 sedute, gli altri...IN PIEDI! Ora, io non sono una cima, ne' un giocatore di basket, ma sono decisamente piu' alto della media messicana. Se loro dentro i mini-van riescono a starci pure in piedi (octa non aveva nessuna difficolta', manco toccava il soffitto), io ho dovuto viaggiare piegato. E la cosa allucinante e' stata, lungo il cammino, la spietatezza del conducente, che non solo si fermava ogniqualvolta la gente lo richiedesse per salire, ma ha addirittura serrato le finestre e acceso il neon centrale, che riscaldava molto bene il mio cranio gia' rovente. Ho viaggiato per 10 minuti schiacciato a sandwich tra 2 coppiette, che approfittando della vicinanza obbligata, si scambiavano effusioni amorose...mi sentivo le lingue dentro le orecchie! Uno mi ha pure guardato male...Ma cosa cavolo guardi? Siamo qua in 26 in meno di 2 metri quadri, o guardo te o quello che limona di fianco!!!! Qui viaggiare in queste condizioni disumane (mi sentivo gulliver in viaggio dentro una micro-machine) e'un'abitudine. Sara', pero' lo giudico decisamente poco salubre. Poi non chiediamoci perche' le infezioni qui si propagano a macchia d'olio...Scendere dal bus e' stata come una liberazione, per i miei polmoni reclamanti ossigeno, per le mie orecchie, che limonavano insieme alle coppiette, per il mio collo e la mia schiena, tornati ad assumere una posizione umana. Ci vorrebbe un'uscita serale a questo punto, per dimenticare tutto, magari con un bel birrino ghiacciato...e invece no, di nuovo qui, di nuovo da solo, dormono ancora dai nonni...ma quanto bene gli vogliono!!!fortuna che questo e' il mio ultimo weekend in questa casa, un altro non potrei sopportarlo...poi altro che payaso lejano, divento un payaso malo...LO VOLETE UN PALLONCINO COLORATO?!?!? MUAHUAHUAHUAHUA (da leggere con tono sadico...)

venerdì 18 settembre 2009

BUENAS TARDES

Torna a splendere il sole, dopo 3 settimane in cui la pioggia ha battuto costante sul suolo di Puebla. Finalmente, dopo 3 settimane, sono riuscito a vedere qualcosa nel pomeriggio che non fosse un gioco della xbox e una sorta di zombie giocarci in modo quasi autistico, il tutto grazie a Mitch. E' un cugino (di secondo o terzo grado, ma qui sono tutti "primi", cugini appunto), e se lo vedi per la prima volta, per come ti si presenta, per come parla spigliato e si destreggia in maniera eccellente nella lingua inglese, per i suoi modi di fare decisamente MOLTO svegli, dubiteresti a credere che ha solo 14 anni, e che 15 li fa venerdi' prossimo (data importante perche' qui in messico i 15 anni sono considerati l'ingresso nella societa'...lui sostiene che diventera' finalmente uomo...e per le ragazze non si bada a spese, feste assurde con abiti costosissimi). Non ha dipendenze da xbox o playstation3, pur possedendole. Studia in una scuola privata e segue un corso di inglese, ma nel tempo libero intrattiene una vita sociale decisamente appropriata per la sua eta', oltre a suonare chitarra,basso e batteria. E' stato piacevole fare la sua conoscenza la settimana scorsa, e oggi, visto che ero a casa, mi ha chiesto di uscire per andare a fare un giro. Evento raro da queste parti, o meglio, in questa casa...Ho accettato volentieri (anche se la sua eta' lo pone attualmente piu' nella categoria "potenziali pazienti" che in quella di "compagni di merende") e ne e' uscito proprio un bel pomeriggio...prima di uscire ho raccolto i panni, stesi stamattina al sole, la cui meta' era piena di detersivo...un paio mi tocchera' rilavarli, ma credo di aspettare il mio rientro a casa...indossata una magliettina a maniche corte e occhiali da sole al posto di giacca pesante e ombrello, siamo andati ad Angelopolis, un centro commerciale molto grosso che sta di fronte all'ospedale del Niño Poblano. Mi spiega che questa e' la parte ricca della citta', la parte colonizzata dai ricchi di Citta' del Messico che, dopo il terremoto catastrofico del 1985, hanno lasciato la capitale per spostarsi e ricominciare qui, fondando una zona che via via e' diventata quella ricca della citta'. Le macchine in quest'area non mancano, e sono macchine costose (da 3 anni vendono anche le Ferrari, anche se sono davvero un'eccezione). Le case e i residence si distinguono dal resto della citta'. Entrati nel centro la sensazione era quella di trovarmi alla Rinascente del Duomo di Milano, con gente ben vestita nelle varie aree del centro commerciale, rivendita di abiti e capi firmati, un sacco di marchi italiani. I prezzi, seppure inferiori a quelli italiani, restano comunque decisamente alti per la maggior parte delle persone qui (1400$ per una maglietta firmata sono decisamente tanti...). La mia tentazione sarebbe quella di comprare molte cose che mi stuzzicano: una tuta dell'Adidas vecchio stile, nera e bianca, che inseguo da anni e che in Italia non trovo (ci sarebbe anche quella bianca e blu, per la gioia della mia dolce meta'...); la maglia della vecchia signora, che qui costa la meta'; un paio di scarpe nuove, visto che le mie sono gia' praticamente distrutte (e non c'e' clerkship che non debba tornare e comprarle nuove!); una macchina fotografica migliore della mia... Il problema, come spesso e' accaduto in questi anni, sono i soldi...comincio ad odiare il mio status, la mia impossibilita' di concedermi qualche lusso in piu' perche' mi mancano i soldi. Sono anni che mi arrangio a destra e a manca, e tutti i viaggi che ho fatto, compreso questo, li ho organizzati nei minimi dettagli, con minuzia, facendo sempre attenzione a non sforare il budget, proporzionalmente basso per un'esperienza come questa...Chissa' quando finalmente potro' godermi un po' di piu' le cose, non stare a contare i centesimi che ho in tasca (attualmente pochi pesos) per potermi concedere un'uscita in piu', un paio di pantaloni nuovi, una serata al cinema...E pensare che c'e' gente con le tasche sempre ben farcite, molte volte senza fare un tubo di niente, che si concede vizi e stravizi quotidianamente. Certo, arrivare fin qui con pochi mezzi, e doversi sudare tutto mi ha fatto apprezzare molto di piu' le mie conquiste, i miei viaggi, i miei traguardi. E, tutto sommato, non posso lamentarmi di nulla. I soldi non fanno la felicita', quella non si puo' comprare, e io la possiedo, con la F maiuscola, nonostante i pochi mezzi...Con Mitch ci siamo concessi un paio di tacos al fast food messicano, per poi passeggiare per circa 2km fino ad un altro centro/cinema multisala. Qui, affollatissimo di gente, ancora negozi, ancora acquisti, ma con cifre decisamente piu' basse e accessibili alla maggior parte delle persone. Ho trovato persino il fantastico modellino della delorean di Ritorno al Futuro, nelle sue 3 varianti a seconda del capitolo della saga. 350 pesos, davvero una stupidata...ma adesso non me la posso concedere! ARRRGHHHH!!!!! La serata si conclude con la perdita dell'ultimo bus, il Cree-Madero, che ci avrebbe riportati sulla via di casa. Ci e' venuto a prendere suo papa', per un viaggetto in macchina utile per riprendere a parlare in spagnolo, dopo un pomeriggio inglese. Un saluto e un appuntamento per domani, per un giro in centro alla ricerca di ultimi regalini da portare in Italia. Arrivo in casa giusto in tempo per trovare tutto come lo avevo lasciato, con gente in stato catatonico davanti alla consolle o al PC. E pare che di questo non me ne sia accorto solo io. Sull'autobus, mentre andavamo al centro, lo stesso Mitch mi ha riferito del commento di sua madre riguardo alla nostra uscita: "Mi raccomando, fagli vedere tu la citta', perche' se aspetta i tuoi cugini non vede un bel niente...". E io che pensavo di essere paranoico...

giovedì 17 settembre 2009

E CCHISTA UN L'AVIA SINTUTA MAI...

Viaggiando, convivendo, facendo molte esperienze, si possono sentire cose di ogni tipo. Quelle di oggi pero' non le avevo ancora sentite. Forse sto diventando decisamente paranoico, o forse, malgrado i miei accorti gesti per non lasciare tracce in internet, qualcuno in questa casa legge cio' che penso e che scrivo in questo blog, unica possibilita' a parte i contatti con chi mi vuol bene, per sfogare cio' che sento. Ma andiamo con ordine, perche' di cose mai sentite oggi ne ho viste diverse...a cominciare dall'ospedale: non mi ero reso conto che, a pochi passi da dove operiamo, ci sono 3 sale parto che lavorano in simultanea, e che quotidianamente sfornano dai 35 ai 40 bambini; non pensavo che qui il bisogno di assistenza in gravidanza fosse tale da portare le donne ad accettare di passare il travaglio per ore in uno stanzone comune, con la loro intimita' rivolta verso i corridoi dove i medici passeggiano, senza alcun tipo di accortezza o privacy; non avevo mai visto ostetrici far partorire le donne cosi' velocemente, dentro e fuori dalla sala, giusto il tempo di vedere la testa e tirar fuori il bimbo il prima possibile, perche' fuori c'e' un'altra che ha bisogno di spazio, provocando lacerazioni chilometriche; non avevo mai visto cosi' tante placente tutte insieme, sembra di guardare alien (anzi, a dire il vero mi e' tornata in mente la mostra di Geiger in Wien 2 anni fa...in questo posto sembra veramente presente la sua "birthgun"...). La giornata in ospedale e' stata lunga e intensa. Le pause tra un intervento e l'altro mi hanno potuto far osservare quel che ho scritto. Il povero Aguilar e' il terzo dopo il primario e il sottoscritto a beccarsi la suina. Avendo alcuni interventi da fare e sapendo gia' di non venire in ospedale domani, li ha programmati tutti per oggi. Prima abbiamo rioperato, per la terza volta (la seconda il giovedi in cui ho scoperto di avere la suina), la piccola con la perforazione intestinale, che stamattina si presentava eventrata. Revisione perfetta, speriamo che il pancino della piccina regga. Poi e' stata la volta di un piccolo con una malformazione anorettale, ano imperforato e fistola, che e' stata corretta con successo. Ci sarebbe stato anche un dotto arterioso, eppure (e questa non l'avevo mai sentita), non e' stato operato perche' mancavano le strumentiste, gli strumenti e le donne per pulire la sala operatoria...e pensare che di mezzo c'e' la vita di un bambino. E' stato preferito lasciare in programma due adulti (interventi di routine, cose che se aspetti 2 gg non succede nulla) invece che fare un intervento per correggere un problema che puo' portare un neonato all'exitus in brevissimo tempo, scatenando pure le ire (ahime' impotenti) del sempre piu' febbricitante Aguilar. Vista la tarda ora e il mio desiderio di contattare l'Italia in orari decenti, il buon Rafa mi ha lasciato vicino all'ospedale del Niño Pueblano, di strada verso casa sua. Non avevo mai immaginato che da li, con il bus, tornare a casa ci vuol meno di 15 minuti...Spero nei prossimi giorni di poter frequentare anche li, ho tutti i chirurghi del congresso che mi aspettano...
Tornato a casa pero' abbiamo toccato la top three nelle cose che non avevo sentito mai (il rifiuto di darmi le chiavi di casa stamattina, lasciatemi poi in auto da Cesar, speravo fosse solo una banale coincidenza o un sintomo da malumore mattutino): scoprire che adesso chiudono a chiave anche la porta di camera quando non ci sono e' stato il top...solo perche' settimana scorsa mi hanno cambiato i soldi e li hanno messi in camera...mi avete preso per un ladro ???. Quello che mi e' stato insegnato fin da piccolo e' rispettare l'ambiente domestico, sia il mio che soprattutto quello degli altri. Non mi sono mai permesso nemmeno di entrare in camera dei miei, presenti o meno in casa, senza il loro permesso, figurarsi se lo faccio in casa di altri. Persino in camera dei ragazzi, dove sono ospite, conosco a malapena i 4 cassetti e la parte di armadio a me riservata...Quando vado ospite in casa di altri, mi considero una persona educata, civile, responsabile. Vado in paranoia alla sola idea di lasciare un capello fuori posto. Mi fa piacere collaborare nelle faccende domestiche, rendermi utile per le piccole cose, rispettare la privacy e le abitudini altrui senza minimamente imporre le mie. Beh, strana coincidenza, dopo il mio sfogo su skype davanti all'ennesima dimostrazione di assoluta indifferenza alle mie necessita' (preparazione di comida a base di cipolla, sapendo che e' l'unica cosa che non mangio, e successivo allestimento della lavatrice senza avvertirmi), forse perche' mi hanno sentito (anche parlando a bassa voce), forse perche' hanno letto quel che ho scritto, mi hanno invitato a lavare la biancheria. Ora, fin qui nulla di strano, se non che l'invito era valido dopo che avrebbero terminato di pranzare. Dopo un probabile rimorso di coscienza sono stato chiamato per pranzare con loro. Ho trovato un piatto di riso in bianco, cucinato prima che partissi per guanajate 5 giorni fa, scaldato (qui e' abitudine tenere la roba e riscaldarla ad libitum). Non volendo fare il maleducato, mi sono messo a tavola e ho mangiato. E' stato in quel momento che e' iniziato un discorso molto strano, che mi ha mandato il riso di traverso: "Perche' io ho viaggiato molto, e per non dare fastidio mi alzavo la notte a lavare le mie cose...perche' chiediamo rispetto...se uno ha abitudini musicali, gastronomiche, gli piace dormire molto io me lo tengo per me e non lo critico se sono in casa mia...i ragazzi sono molto intelligenti...se una persona manca di rispetto e' meglio non convivere insieme...". A sentire quelle parole, che mi sembravano tutt'altro che campate in aria, mi ribolliva il sangue nelle vene. Si perche' a casa mia il rispetto lo mostrano anche e soprattutto i padroni di casa. In fin dei conti non ho chiesto io di essere ospitato, e non si e' mai sentito che un padrone di casa invita il suo ospite, con sottili esempi di vita trascorsa, a non dare fastidio (cosa che mi sembra peraltro di non aver fatto fino ad ora). Spesso nei giorni passati, quando capitava che pranzassero alle 5 del pomeriggio, mi sono seduto a tavola con loro, anche se non mangiavo. Ho lavato le loro stoviglie, con piacere come faccio anche a casa mia e in altri contesti, cosa che nemmeno i loro figli fanno.. Non ho mai alzato la voce, litigato con qualcuno, mancato di rispetto per le loro abitudini, al punto da rinunciare a uscire o fare colazione per il loro desiderio di dormire fino a mezzogiorno. Non ho storto il naso alle loro sparizioni improvvise, lasciandomi solo in casa come un cretino. Ho anche preparato loro un pranzo, per scoprire dopo 2 ore dietro ai fornelli che avremmo mangiato in 3, mentre gli altri erano a zonzo a farsi i fatti propri...Non ho preteso che mi cucinassero nulla, ne' che badassero a me. A questo punto credo che l'unico interesse nel correre alla mia positivita' per H1N1 sia stato solo il loro desiderio di non essere infettati...oggi mi sono sentito dire tutte queste belle cose, seguite poi da una rapida illustrazione su come farmi la lavatrice ("perche' noi le cose le laviamo quando capita..." - "Eh no ciccio, voi le lavate il sabato, e mi e' stato detto chiaro e tondo appena sono arrivato! E giusto perche' non volevo disturbare o mancare di rispetto che ho lasciato per 2 settimane 3/4 delle mie cose sporche in camera...". Please connect your brain, per tua sfortuna qua non stai parlando col primo fesso che passa!). Dopo questa fantastica carrellata di cose mai viste ne in cielo ne in terra, mi sono caricato tutta la roba, ho attivato la lavatrice e ho fatto il bucato. Mentre loro si stendevano i loro panni (ah, ovviamente lamentandosi del fatto che la mia lavatrice non fosse completamente piena...cavolo hanno una lavatrice da 20 kg!E cmq non e' che se lavate la mia roba con la vostra vi viene la scabbia...), caricata la lavatrice ho pure lavato i piatti, giusto perche' sono maleducato, irrispettoso e menefreghista. Qua ha iniziato a piovere, di nuovo. Loro i panni li stendono fuori, anche se piove. Non commento questa malsana abitudine, visto che il traffico qui e' maggiore che in milano, e credo che con la pioggia venga giu la qualunque...Ho fatto a modo mio: ho ritirato i panni, ben strizzati. Li ho appesi a delle grucce e li ho portati tutti in camera, e appesi nell'armadio. Si asciugheranno in 3 giorni, ma almeno non me li rimetto sporchi..."perche' la pioggia li lava e li disinfetta"... e cchista si che un l'avia sintuta mai, e voi?

mercoledì 16 settembre 2009

BENTORNATO (¿) A PUEBLA

Ed eccoci qui, nuovamente in Puebla, nuovamente a casa. Lasciata Guanajato con un po’ di tristezza per non averne potuto godere piu’ a Lungo, abbiamo viaggiato molto bene, complice la siesta obbligata di molti messicani dopo la fiesta nazionale di ieri e lo splendido sole nell’azzurro cielo, interrotto solo da alcuni candidi fiocchi di cotone nuboso che sembravano li pronti a farsi prendere. Il paesaggio oggi era decisamente piu’ bello di quello dell’andata, e sotto il sole splendente i colori di questa terra risplendevano ancor di piu’: quasi a volerne orgogliosamente rappresentare la bandiera, distese di verde brillante si intervallavano a campi Bianchi appena arati e campi di fragole rossi pronte da coltivare. Qua e la’, sui colli e sui monti delle 2 sierre che da lontano proteggevano la via del ritorno, distese di fichi d’india, stranamente abarbicate sui rami degli alberi invece che su terreni rocciosi, con frutti coloratissimi e da far venire l’acquolina in bocca. Alternati ad essi, palme e piante grasse, con il mitico cactus mascotte di questa terra a fare capolino qua e la. Nelle vicinanze di Citta’ del Messico, fiori rosa brillante coloravano le distese erbose.



Ho potuto contemplare queste bellezze nel silenzio, mangiando il cocktail di frutta comprato in centro prima di partire, con Manuel che guidava senza parlare molto e Rafael, ancora (credo) mezzo stordito dalla cionca di lunedi sera, a dormire sul sedile posteriore. Qualche chiacchiera ogni tanto con Manuel: sulla mia famiglia, sulla mia novia, sulla clown therapy e sul sism, su Gornja Bistra…qui a Puebla c’e’ un posto simile, proprio dietro all’ospedale del Niño Pueblano. Chissa’, magari riesco a farci un salto, i palloncini li ho portati…Quasi come una presa in giro, avvicinandoci a Puebla il cielo ha iniziato a scurirsi, e in men che non si dica la pioggia (sempre lei, solo lei) ha bagnato la Strada, la macchina, e intristito nuovamente il mio umore, dopo 3 giorni a dir poco splendidi. L’arrivo in casa, nella pressoche’ totale indifferenza di Andre e Cesar, sempre intenti a chattare al Pc o giocare alla xbox (gli altri non erano in casa), mi ha ricordato che, se non trovo il modo di realizzare la fuga verso Citta’ del Messico, la próssima settimana potrebbe diventare decisamente lunga… “Posso prendere il portatile cosi scrivo a casa che sto bene? Non avendo avuto Internet non ho potuto sentire nessuno questi giorni…”. “Ehm, il portatile non c’e’, l’ho prestato ad una amica…”. Meno male che ti serviva e che non mel’hai prestato per andare al congresso (special thanks al mac book di Manuel). Ho come l’idea di sentirmi un po’ ospite poco gradito, non so…fortuna che passero’ la maggior parte del tempo fuori casa, e se tutto va come spero, qui dovro’ passarci solo altri 3 giorni…bentornato eh!!!

¡VIVA MEXICO! IN GUANAJATO

Lasciata Leon, in meno di 1 ora siamo arrivati a Guanajato. Questa citta’ e’ considerata patrimonio de la humanidad, e a ricordartelo appena entri c’e’ un’enorme scritta dorata su un muro. E i motivi sono molteplici: dalla bellezza architetturale, che la vede costruita sui colli con case coloratissime immerse nel verde, e con strade principali scavate nel cuore degli stessi colli, al valore storico di questa citta’, cuore della dichiarazione di indipendenza di 199 anni fa. Trovare un parcheggio ovviamente e’ missione impossibile, e non scherzo se dico che abbiamo fatto il giro di queste vie sotterranee per 10 volte, alla recerca di un parcheggio e un hotel per ospitarci. Soprattutto oggi, che molti, anche turisti, sono venuti qui per festeggiare il 15 settembre, giorno dell’indipendenza mexicana. Il paese tutto e’ in festa, con addobbi recitanti la scritta ¡viva Mexico! e con il tricolore riprodotto da palloncini, festoni, luci. Era il 15 settembre del 1810. Da Dolores Hidalgo, un paesino vicino Guanajato, un gruppo di rivoluzionari nativi, capitanati da Miguel Hidalgo, parti’ armato di pale e forconi contro la dominazione spagnola, suonando la campana al grido di ¡viva Mexico!. Iniziò con successo la conquista della città, e l’inizio dell’indipendenza dello stato. In ricordo di quell’evento, la notte del 15, alle ore 11, si rinnova il grido di indipendenza, con tanto di rintocco di campana e folla di messicani in delirio completo, manco avessero vinto i mondiali. E’ una festa sentita molto, al punto da essere vissuta in collegamento anche con le comunita’ messicane in tutto il mondo (tra cui anche l’Italia). E cosi’ alle 11, dopo aver finalmente trovato un albergo e lasciato le nostre cose, siamo usciti. La fortuna ha voluto che ci trovassimo a 200mt dalla piazza principale (e non lo sapevamo) che era gremita di gente. Dopo alcuni istanti parte il grido a gran voce, che i presenti ripetono all’unisono, seguito dalll’inno nazionale, cantato a squarciagola...



Poi i fuochi artificiali riempiono il cielo, con sottofondo musicale messicaneggiante. Dopo i fuochi, la gente si riversa dalla piazza alle strade, nelle quali cercare un locale dove continuare la festa a ritmo di musica e bevendo cerveza. Noi troviamo un localino in zona, e penso sinceramente di aver avuto molta fortuna. Non solo musica tipica per festeggiare, ma anche, nell’ordine, una lotta di galli con un ring montato al volo per l’occasione (qui e’ una sorta di sport nazionale e c’e’ gente che da giu di testa per queste lotte), poi un incantevole giro di danze tipiche interpretato da Charro e Mujer in costume.



In una notte mi sono ritrovato immerso in tutta la cultura e la storia di questo paese. E, anche se italiano, non posso esimermi oggi dal gridare insieme a tutti loro ¡viva Mexico! In fin dei conti, questa e’ davvero una splendida terra...

ONOREFICENZE

Il 15, giorno conclusivo, il congresso e’ durato un po’ meno. Al mattino si parla di malformazioni anorettali, con Peña grande assente, e continua la disamina dei casi clinici o degli studi. Anche Alejandro presenta il suo, sulle cisti del coledoco e il trattamento chirurgico con ansa ileale libera invece che con ansa alla Roux. Pausa caffe’ e si conclude con le onoreficenze. Un chirurgo, considerato il pioniere della laparoscopia in messico, dopo tanti anni di servizio e’ pronto a dare il suo ultimo saluto all’associazione di chirurghi e al suo amato lavoro. Mostra le foto della famiglia, racconta di questi anni (il tutto rigorosamente in spagnolo, e stranamente compreso dal sottoscritto, a volte piu’ fácilmente che l’inglese…), dice belle parole su quel che pensa riguardo al futuro, all’importanza della chirurgia in messico nel trattamento dei trapianti renali, dove ancora bisogna lavorare. Parla della laparoscopia, e spinge affinche’ diventi tecnica utilizzata da molti (cosa che attualmente non e’, anzi, molti qui non sanno nemmeno cosa sia un’ottica). Spiega l’importanza della Golden hour nella chirurgia pediatrica d’urgenza. Saluta, con grande commozione, i giovani presenti, invitandoli a progredire e a seguire la tecnologia, per regalare ai pazienti futuri le migliori cure possibile. E’ emozionante sentirlo parlare, e un po’ mi ricorda in Piccolo cio’ che presto dovro’ fare io, salutare per l’ultima volta un’associazione che mi ha dato tanto, per la quale ho lavorato tanto, e nel farlo spero di poter lasciare alle nuove generazioni la voglia e la passione che ci ho messo nel perseguire un ideale in questi 6 anni, che mi ha portato a fare esperienze meravigliose, a conoscere gente in tutto il mondo, e anche ad essere qui, oggi, a scrivere queste parole. A questo chirurgo vanno le onoreficenze per una vita intera, a molti giovani quelle di aver realizzato studi interessanti. C’e’ giusto il tempo per i saluti di rito e la chiusura dei lavori, il recupero di un pass e una maglietta da tenere per ricordo, la disparata (e infructuosa) ricerca di un Internet point e una comida a base di carne in un ristorante di Leon che e’ una sorta di museo del torero, dove i tavoli solo lapidi di toreri morti, le cui giacche adornano le pareti del posto, e nel cui soffitto sono appese teste di toro imbalsamate. Salutiamo Hermes, Alejandro e la sua novia, il primario del Niño Pueblano, e con Rafael e Manuel lasciamo Leon. Ci sara’ la cena di chiusura questa sera, ma noi abbiamo altri programmi: si va a Guanajato, per la festa del 15.

L'IMBUCATO

Una imbucata cosi’ penso di non essere mai riuscito a farla in tutta la mia vita! E a giudicare da come e’ stata la serata direi che ne e’ valsa decisamente la pena. Tornati dal centro, io, Rafael, Miguel e Hermes siamo andati all’hotel di quest’ultimo, dov’era il ritrovo per partire alla volta del social program, di cui non avevo la minima idea. Tutti avevano il loro badge al loro collo, un lasciapassare per la serata, e io ovviamente no. Con la classica disinvoltura e sfacciataggine che mi contraddistingue, schiacciato a sándwich tra Manuel e Rafael, salgo sul bus fischiettando, e mi siedo nel primo posto libero. Non passa molto prima di partire. Un viaggio di mezz’ora circa, direzione nord fuori dalla citta’. Per Strada scene gia’ viste, tra tutte la famigliola felice con papa’ al volante del pick-up, mamma accanto, e bimbi piccoli in libera uscita sul cassone dietro (alla faccia delle assicurazioni italiane!). Arrivati a destinazione non potevo credere in che specie di posto eravamo finiti: un vero ranch mexicano, con una mega area adibita a ristorante, un grosso palco in allestimento per una band dal vivo, un toro meccanico, una vera arena con tanto di gradinata per spettacoli equestri…il tutto rigorosamente inmerso nel verde, tra alberi e cactus. Restava solo una cosa da fare: passare dalla porta principale. Stranamente (l’hanno definita per me buena suerte) gli addetti ai controlli dell’entrata, quando sono passato io, erano intenti a parlare tra di loro, e non hanno fatto troppo caso al fatto che il mio collo non fosse adorno del pass. In meno di 20 secondi, come se niente fosse, mi sono ritrovato all’interno, dove ad accoglierci c’era un grosso tavolo con dei tacos appena fatti e 3 vasche piene di birre immerse nel ghiaccio. Prendo il mio vassoio di tacos, la mia corona, e vado nella zona tavoli insieme a Manuel, non senza aver scattato qualche foto. Nell’arena alcune donne cavalcavano, e pensavo fosse una sorta di attivita’ libera, non certo le prove di uno spettacolo. Rafael e Hermes avevano preso un tavolo in fondo alla sala da pranzo, ci fanno segno e li raggiungiamo. Li cominciamo a chiacchierare, mentre la sala si riempie. Una cameriera ci riempie di tutto quel che potevamo desiderare: antipasti, birra, tequila. Per la cena vera e propria bisogna alzarsi e andare a riempire il piatto con quel che si desidera. Aspettiamo che la calca di chirurghi affamati finisca di riempirsi i piatti (senza ovviamente scene penose di gente che si spinge o si scavalca come in Italia, ma tutti rigorosamente in fila, con rispetto per la posizione), e ci riempiamo i nostri. Un perfetto pranzo stile mexicano.



Le birre vanno via che e’ un piacere, e alla fine del pasto al loro posto subentra la tequila. La band prova gli strumenti, e a un certo punto arriva l’invito da una voce squillante a occupare la gradinata per dare il via al grande spettacolo. Con Rafael ci avviamo verso la gradinata, affollatissima di chirurghi con le rispettive famiglie (ai congressi si ha la possibilita’ infatti di invitare uno o piu’ accompagnatori, che spesso sono i familiari; mentre il medico lavora questi vengono intrattenuti in attivita’ ludiche e turistiche, e quando finisce il congresso possono participare al social program). Alcuni camerieri girano di continuo premurandosi che gli ospiti abbiano sempre un bicchiere pieno in mano, non importa se di birra o di tequila. Rafael comincia a seccare un bicchiere di tequila dietro l’altro, io preferisco moderare le dosi e godermi lo spettacolo con un po’ di birra. Comincio a pensare che, se continua cosi’, non arrivera’ lontano questa sera. Comincia finalmente lo spettacolo, una splendida rappresentazione della cultura mexicana: dapprima i “Charros”, con i tipici vestiti, cavalcano liberamente degli splendidi cavalli. Un valoroso cavalca un toro (che per l’occasione e’ senza le corna), e dura meno di 5 secondi prima di essere lanciato per aria dalla furia dell’animale. Poi e’ la volta della presa al lazo dello stesso toro... Fa seguito un incantevole spettacolo: 6 mujeres, le compagne dei charros, cavalcano con i tipici vestiti messicani in una particolare posizione che ricorda quella delle donne negli anni 50 scarrozzate in Italia con la mitica Lambretta, e si incrociano in coreografie deliziose.



E’ la volta di un altro valoroso Charro, che prima cavalca un cavallo imbizzarrito, domandolo come solo un vero macho sa fare. Poi si esibisce nella presa al lazo, dapprima a cavallo, poi a piedi, per l’incanto e la gioia degli astanti, che gridano e si divertono.



Conclude infine lo spettacolo un Mariachis, che in sella ad un cavallo Bianco intrattiene gli ospiti con tipiche canzoni messicane, cantate a squarciagola dai presenti gia’ sulla via dell’ebbrezza… Mentre guardavo tutto questo pensavo alla mia famiglia, e in particolare a mio padre. A lui uno spettacolo del genere sarebbe piaciuto da morire. Eppure e’ una vita che si massacra di lavoro, e un viaggio per vedere queste cose ancora non se lo e’ concesso, cosi come non se lo e’ concesso mamma… sono molto fortunato a poter godere di tutto questo, e vorrei tanto poterlo condividere con loro, o sapere che prima o poi riusciranno anche loro a vivere esperienze simili. Finisce lo spettacolo, non senza farmi vivere per un attimo l’emozione di sentirmi anche io un Charro…



Arriva il momento del ballo: salsa, merengue, cumbia, suonate dal vivo con ritmi incalzanti e coinvolgenti. Penso a quanto sarebbe bello poterli ballare con la mia dolce meta’… Durante questa parte della serata mi incrocia De La Torre e mi porge un bicchiere di Tequila. Beviamo, insieme. Parliamo un po’ di Hirschsprung e mi invita ad andare in ospedale con lui. Mi presenta sua moglie, sua nipote e altri chirurghi, dal suo braccio destro con cui ha descritto la tecnica, a un professore che e’ considerato il numero uno della chirurgia pediatrica oncologica, che lavora a Citta’ del Messico ed e’ felice di conoscermi al punto da invitarmi ad andare a trovarlo 3 giorni, ospite in casa sua, e seguire con lui presso l’ospedale. Resto incredulo per l’invito (frutto solo della birra?) e penso di andare al massimo, di andare in Messico, come diceva il buon Vecchio Vasco. Ora voglio proprio vedere come va a finire… Rafael intanto prima mi chiede di non perderlo di vista perche’ e’ un po’ brillo, poi comincia a straparlare di questo professore. La tequila ormai aveva pieno controllo delle sue azioni. Prende il mio posto accanto al professore,comincia a parlarci. Tutti e 2 sono visivamente storti. Fanno foto a raffica. L’aria intanto si fa piu’ alcolica, non ci sono piu’ bambini adesso, tutti andati a casa, restano solo i singol o quelli non accompagnati. Nessuno fa piu’ caso se ho un badge o meno. Fuori comincia a piovere, ma la festa non si ferma: si spostano i tavoli e la gente balla al coperto. Poi un gruppo intrattiene con balli tipici. La mia macchina fotografica decide che ha dato abbastanza, e si scarica sul piu’ bello, impedendomi di documentare queste bellezze culturali. La musica va avanti, l’alcool scorre a fiumi. Chirurghi e chirurghi barcollano, mentre altri Ballano e si preparano Quesadillas secondo la ricetta originale. Accompagnamo Rafael in bagno, in condizioni disastrose, e lo riportiamo al tavolo, per vederlo perdere i sensi (erano solo le 9 di sera, riprendera’ coscienza solo alle 4 di mattina). Pian piano la festa si svuota, noi prendiamo l’ultimo bus: in 4 a cercare di tenere Rafael, che pesa piu’ di 100 modestissimi kg per 190 di altezza. Sul bus sembrava di essere piu’ a un congresso del sism che ad uno di chirurghi: risate, scherzi, barzellette e canti. Arriviamo finalmente in albergo, e ovviamente una sorpresa ci attende. Il tizio alla reception cerca di imbrogliarci: la camera di Rafael era una doppia pagata per 2, nella quale era stato aggiunto un extra (Manuel) che avrebbe pagato a parte. A mezzanotte pero’ questo simpatico portiere decide che bisogna pagare 2 extra. Sono rimasto sorpreso dalla sfacciataggine con cui voleva fregarci, oltretutto dichiarando che la notte prima, al nostro arrivo, lui era in albergo (e non c’era) e che dovevamo pagare anche quella. Manuel e Alejandro, altro chirurgo, si arrabbiano. Mi chiedono scusa per la figuraccia e per come la loro terra sta tratando un italiano. Danno dei Cabrones ai 2 tizi della portineria. Alla fine la decisione e’ di andare altrove. Raccogliamo le cose dalla camera, aiuto Rafael a fare la sua valigia viste le sue condizioni disastrose, e ci allontaniamo. Stavo morendo dal ridere vedendo tutti loro, nell’allontanarci, a sfottere i portieri dell’hotel dandogli dei “putos”, quasi come ci trovassimo in “Amici miei”. Troviamo un altro hotel: e’ piu’ piccolo, meno accessoriato, ma per passarci una notte e’ piu’ che sufficiente. Una cosa e’ certa: mi sono divertito veramente molto, anche in quest’ultima parte di serata che aveva piu’ del drammatico che altro. In fin deiconti e' stata una serata splendida che non avrei manco dovuto vivere, e come dicevo all’inizio, un’imbucata cosi’ non me la dimentico per tutta la vita!!!

LA CITTA’ DI LEON

Gia’ dal nostro arrivo ieri notte, seppur con la pioggia e l’oscurita’, la citta’ di Leon mi aveva dato l’impressione di essere diversa da Puebla. Una citta’ molto piu’ organizzata, molto piu’ urbanizzata e tecnologicizzata. Sulla via principale numerosi alberghi turistici, cartelli pubblicitari di eventi mondani, fermate del metrobús, un autobús con corsia preferenziale con tanto di fermate rialzate simili a quelle del metro’. Agli angoli delle strade non prostitute ma Mariachis, uomini vestiti di Nero con i loro strumenti musicali in attesa che qualcuno, nel cuore della notte, li assuma per pochi pesos per andare sotto la finestra della propria amata, e dedicarle una serenata. Dopo la giornata di congresso, e ancora inebriato dalla felice notizia, siamo andati in centro a passeggiare. Leon e’ famosa in tutto il messico per essere la citta’ dove si lavora la pelle. Nella zona del centro, numerose vie con negozi pieni di borse, giacche e Scarpe, cappelli e stivali (come quelli che piacciono a santrino) tutti rigorosamente in vera pelle, lavorati a mano. Nelle vie caratteristiche del centro e’ facile imbattersi in artigiani che confezionano giacche su misura, e il tutto a prezzi decisamente stracciati. Purtroppo il giorno e l’ora, unitamente al periodo pre-festivo, ci hanno fatto trovare il centro semideserto, e i negozi quasi totalmente chiusi. Comunque un’idea siamo riusciti a farcela. Ovviamente anche in questo caso pero’, non ci e’ voluto molto per tornare alla realta’ mexicana, o ancor di piu’ alla realta’ dei paesi poveri. Cause di forza Maggiore (in particolare l’impossibilita’ nella lunga via principale di fare inversione o svoltare a sinistra) ci hanno portato ad allungare il nostro giro, e a spostarci fuori dal centro. Lo spettacolo era il medesimo, se non peggiore, di quello gia’visto nella periferia di Puebla. Strade completamente dissestate o alquanto inesistenti, con autobús pericolanti ad intraprenderli, mura di case diroccate. E’ strano pero’ riuscire a comprendere come possano coesistere, nel 2009, aree disastrate come queste che ricevono la connessione wi-fi, o il segnale satellitare…Paradossi del nostro millennio…

14 SETTEMBRE: UN GIORNO SPECIALE

Che il 14 settembre fosse un giorno speciale lo avevo capito gia’ un anno fa: iniziava un viaggio capace di cambiarmi la vita, capace di farmi tornare ad essere di nuovo felice e di farmi trovare una persona che non credevo nemmeno esistesse sulla faccia della terra. Una persona cosi’ speciale che non poteva scegliere una data piu’ speciale per riuscire a coronare un sogno, un’emozione condivisa per diversi mesi. Probabilmente sono stato l’ultimo a saperlo, per ovvi motivi di fuso orario, ma e’ come se fossi stato il primo. E’ un sogno per il quale abbiamo sofferto insieme, e vedere il suo successo mi ha ricordato il mio sogno, e di come in fretta si sia realizzato. Avevo la stessa identica ansia prima di supere il responso del mio test, e la stessa gioia incontenibile nel conoscere la risposta. Sono felice di esserti stato accanto in questa strada che ti ha portato fin qui, e ancor di piu’ di continuare a seguirti ora che intraprendi quella nuova, che ti rendera’ quel che desideravi diventare. Ti meritavi una gioia cosi, per quanto hai sofferto, per quanto hai lottato, per tutto quello che hai affrontato… ora continua a sognare, sempre piu’ consapevole di quanto vali!!! E da oggi il 14 settembre lo segnamo sul calendario come giorno della Felicita’, con tanto di colonna sonora…

XLII CONGRESO NACIONAL DE CIRUGIA PEDIATRICA

L’ingresso nel poliforum mi aveva caricato a molla, soprattutto nel leggere lo striscione all’entrata e nell’immaginarmi cosa avrei potuto trovare all’interno. La struttura era enorme, capace di ospitare in contemporanea almeno 4 congressi diversi. All’entrata i banchetti per la registrazione, con la consegna di badge e borsetta di Benvenuto . Io, per non pagare il costo piuttosto elevato, non sono iscritto, e non ho diritto a tutto questo. Magari a fine evento qualcosa riusciro’ a portarlo a casa…Saliamo al piano del congresso. Diversi stand decorano la zona astante alla grande sala. Ci sono i classici stand di materiale medico, ottiche per chirurgia laparoscopica, strumenti professionali come fili di sutura o altro. C’e’ l’area sponsor, con la nestle’ e le sue hostess che dispensano nescafe’ a raffica. Nell’altra meta’ della sala, decine di poster appesi, con i lavori dei chirurghi pediatri di diversi ospedali, alcuni molto interessanti. Ci sono alcuni chirurghi conosciuti la sera prima, alcuni con gli occhi rossi per il sonno (o per la troppa tequila? Mah…), mi salutano calorosamente come fossi un Vecchio amico. Entriamo nella grande sala: ci saranno stati piu’ di 600 chirurghi pediatri seduti in quelle sedie, tutti con gli auricolari per escoltare la conferenza magistrale sulla Malattia di Hirschsprung, che vede come ospiti professori internazionali, tra cui Georgeson (l’uomo Della mia tesi), e il famoso chirurgo pediatra mexicano Luis De La Torre Mondragon. Qui in messico l’inglese e’ un proforma, persino nella ricerca scientifica i Medici si fanno tradurre gli articoli, e ovviamente al congresso tutti con le cuffie ad ascoltare la traduzione. Felice di non necessitare delle cuffie, mi siedo con Manuel e Rafael e mi perdo nell’ascolto di questi fenomeni della specialita’, nei loro consigli, nelle nuove frontiere sulla malattia. Si parla molto di argomenti che mi suonano familiari, mi sembra di sentire la mia tesi di laurea parlare. E ogni tanto la mia mente viaggia, cercando di capire perche’ i professoroni sui cui lavori ho studiato per mesi non corrispondevano all’idea che mi ero fatto. Sembrano molto informali, molto confidenziali, molto chiari nell’esposizione. Ricevono domande dalla platea, rispondono senza alcuna esitazione e con perfetta padronanza della materia. Si conclude la mattinata e c’e’ la pausa pranzo. Faccio la fila come se niente fosse, su indicazione di Rafael, e senza alcun problema mi danno da mangiare un tramezzino accompagnato da una mela, 3 forchettate di pasta alla maionese (chissa’ perche’ alla maionese…) e una lattina di coca cola. Si mangia, si chiacchiera con altri chirurghi presentati da Aguilar. Mi presenta il primario del Niño Pueblano, sara’ felice di vedermi attivo nel suo ospedale dopo il congresso. Riprende il congresso, con l’esposizione di alcuni lavori preparati in diversi ospedali. Uno a uno si susseguono sul palco giovani chirurghi, e alcuni specializzandi, presentando i loro lavori e le loro ricerche, con un filo di emozione. Sembra di vedere una seduta di tesi di laurea, e mi viene per un attimo in mente il giorno della mia laurea. Eppure, stranamente, non mi sentivo agitato come questi chirurghi si sentivano ora nell’esporre davanti alla platea. Si sentono esporre Studio interessanti, degni di approfondimenti, e casi clinici decisamente fuori dal comune (quello che piu’ mi ha colpito e’ quello di una bimba di pochi giorni di vita, trattata come stenosi Pilarica precoce, con una clinica corrispondente al dettaglio, e una volta operata risultata portatrice di volvolo spontaneo di colecisti con necrosi asettica della stessa). E’ stato in quel momento, dopo quasi 2 mesi, che ho realizzato di non essere piu’ uno studente, ma un medico chirurgo, e che da ora in avanti per studiare e continuare ad imparare dovro’ fare da solo, con i libri, con il lavoro, e con l’esperienza di altri colleghi nel mondo. Termina l’esposizione dei casi clinici, tempo per una pausa caffe’ durante la quale consultare i poster, e poi nuovamente in platea, per l’ultima parte della giornata, in cui 2 ospiti internazionali raccontano la loro storia e danno consigli su diversi aspetti. Dapprima un professore finlandese, con la sua esperienza riguardo al follow up a Lungo termine del trattamento delle atresie esofagee. Una casistica lunga una vita, con numeri importanti riguardo i problemi che, a Lungo termine, colpiscono gli operati da piccoli. Mi viene in mente una ragazzina curata per atresia esofagea da neonata, e tornata al Buzzi non molto tempo fa, dopo 14 anni, con tutte le complicanze che avevo appena sentito, e al tempo stesso la riflessione che, in questo mestiere, e’ importante valutare oggi chi e’ stato operato 20 anni fa. Purtroppo gli effetti benefici della chirurgia pediatrica si conoscono solo nell’inmediato, ed e’ mia intenzione, se davvero riusciro’ a perseguire questa strada, premurarmi di scegliere atentamente il trattamento migliore per i miei piccoli assistiti. Il secondo professore, americano, parla di pseudo-ostruzione intestinale e dell’importanza di saperla distinguere, trattare e soprattutto nel riconoscere i limiti del chirurgo. Tutto questo mi affascina, soprattutto l’idea che si vuole trasmettere: non si e’ onnipotenti solo perche’ chirurghi! Alcuni, ahime’, se lo dimenticano gia’ quando studiano medicina… Si conclude la giornata di congresso, giusto il tempo di salutare e andarsi a preparare per la serata. E’ in questa occasione che Rafael mi presenta De La Torre. Immaginavo di imbattermi in uno di quei professoroni che appena ti stringe la mano, e poi gira lo sguardo quasi infastidito. Invece e’ molto felice di conoscermi, mi da il Benvenuto al congresso e in messico, e mi invita a ritrovarlo la sera per una tequila insieme durante la cena. Mi viene da sorridere pensando ai professoroni che abbiamo in Italia, che si crogiuolano dietro a titoli conseguiti spesso per corrente politica che non per capacita’ o merito, e che ti guardano dall’alto in basso. Qui i professori sono anche giovani, alcuni appena quarantenni. Si distinguono dagli altri solo perche’ Professor cel’hanno scritto sul badge…tutto un altro mondo…