mercoledì 23 settembre 2009

ARROGANZA E PRESUNZIONE

Stamattina in ospedale non ero solo: a far compagnia a me e Rafael e’ venuto Miguel (quello del Ranch-zoo). In questi giorni e’ in vacanza, e ieri Rafa lo ha chiamato per venire ad operare oggi un dotto arterioso in un neonato di 1kg. Qui la modestia e l’umilta’ dei chirurghi e’ qualcosa di incredibile, e si da molto spazio ai colleghi, soprattutto quando sono piu’ giovani. Si prende alla lettera cio’ che si giura secondo Ippocrate, ovvero di insegnare come ad un figlio l’arte della medicina e della chirurgia. Niente a che vedere con l’arroganza e la presunzione di chi in Italia diventa primario o chirurgo di ruolo con un po’ di spazio. Sembra che tutto il lavoro sia solo per lui, che la professione medica sia solo un suo podere, e nessuno, se non il leccapiedi di turno, ha la benche’ minima speranza di imparare qualcosa o avere il suo spazio.
Tralasciando questi pensieri, mentre visitavamo i bambini nella terapia intensiva, e in particolare la piccolina perforata operata piu’ volte, ho pensato che in questo mese le cose sono andate bene, e che nessuno dei bimbi trattati ha avuto conseguenze gravi o e’ deceduto. E questo pensiero positivo si e’ dimostrato prematuro. Saliti per un caffe’ ho scoperto, ascoltando Rafa parlare con Miguel, che durante i giorni del congresso e’ stato operato un neonato da un chirurgo generale, dato che non c’erano a disposizione chirurghi pediatra. Poteva essere trasferito in un altro hospédale, invece il chirurgo generale lo ha preso in carico. Arroganza e presunzione, la stessa che porta anche nel nostro paese i chirurghi a credersi onnipotenti, e a spingersi sempre oltre ogni limite. Da quando sono in chirurgia pediatrica piu’ volte e’ capitato di ricevere bambini e doverli trattare in urgenza, con quadri clinici severi che si sarebbero potuti evitare se i chirurghi generali che li avevano in carico li avessero trasferiti immediatamente. Beh, qui e’ successa la stessa cosa, con la differenza che, gestire una perforazione intestinale in un neonato con una resezione che generalmente fai in un adulto, puo’ andarte bene se sei fortunato, puo’ provocare la morte del piccolo nel caso opposto. E in questo caso, ieri, la piccolina non cel’ha fatta ed e’ morta… Ho cercato di superare il momento parlando di altro con Miguel. Dopo alcuni minuti, in attesa di andare ad operare, Rafa ci ha informato che ci sarebbe stata una seduta del consiglio bioetico, per discutere di un caso grave. Qui in México, benche’ si possa pensare che sono indietro con la sanita’, hanno a mio avviso una corretta maniera di gestire certe cose. Quando ci sono situazioni cliniche gravi, per le quali la medicina non puo’ piu’ far nulla e gestire un paziente puo’ voler dire ridursi nelle condizioni di avere vegetali attaccati ad una macchina, si riunisce un comitato di medici specialisti in piu’ discipline, che discute il caso e giunge ad una decisione. E’ una sorta di eutanasia passiva, ovvero la decisione di non intraprendere una certa strada di cure che puo’ solo prolungare le sofferenze dell’assistito e di chi gli sta intorno. Sicuramente una posizione difficile, una scelta che ricade su uomini e donne che discutono, con grande tensione e trasporto emotivo, seduti intorno ad un tavolo con tutta la documentazione clinica e legale. Niente a che vedere con l’arroganza del nostro paese, dove, in nome di una confessione religiosa predominante, capi di stato si impongono sopra qualunque cosa, anche sopra il volere di un padre che vede da 20 anni una carota con i capelli deperirsi in un letto attaccata ad un respiratore. Il caso discusso dalla commissione oggi era un caso molto toccante, che ha pero’ riaperto una ferita nel mio animo che si creo’ esattamente 2 anni fa, per una situazione analoga. Si tratta di una bimba, nata a fine luglio prematuramente per via di una infezione materna difficilmente gestibile complicata da aumento eccessivo di liquido amniotico. Dopo la nascita la bambina stava apparentemente bene, se non che dopo 2 settimane si e’ improvvisamente aggravata, ed un esame ha dimostrato l’esistenza di una emorragia cerebrale di IV grado, molto grave, che necessitava di trasfusioni di sangue. E i genitori di questa piccola sono “testigos de Jehová”. La decisione di non trasfondere la piccola, mantenuta salda dal padre, ha complicato ulteriormente il quadro clinico, con indebolimento ed anemia a cui ha fatto seguito una infezione che si e’ rapidamente trasformata in sepsi. Non e’ servito a nulla che la madre, seppure in modo coatto e di nascosto dal marito e da altri familiari, abbia acconsentito a sottoporre la piccina a 2 trasfusioni. Ormai era troppo tardi. Ad un esame tac cerebrale, seguito da una risonanza magnetica, la situazione resulta sconcertante: al posto del cervello, la piccola ha delle aree di colliquazione complete. A poco sono servite le 2 ventriculostomie praticate, che hanno solo fatto uscire dal cranio quantita’ abnormi di pus. Tutto cio’ che e’ rimasto del cervello della bambina e’ il tronco, che veicola le funzioni vegetative (respiro, digestione…). Tutto il resto e’ un ammasso di poltiglia, che ha ovviamente portato la piccola a soffrire di crisi convulsive continue, di difficile gestione. Oltretutto, il quadro infettivo si e’ complicato con una perforazione gastrica, che e’ stata trattata con una resezione parziale di stomaco. La decisione da prendere e’ difficile: tenerla in ospedale o mandarla a casa? Il problema e’ che qui i posti letto sono pochi, le richieste tante, e i casi senza speranza vengono lasciati al loro corso naturale: meglio morire nel calore della famiglia che soffrire una vita in un letto di ospedale, senza sapere cosa succedera’ quando i tuoi genitori non saranno piu’…. E la decisione del comitato etico, alla luce del quadro clinico e delle aspettative infauste, e’ di mandarla a casa. Ci sono persino difficolta’ nelle cure palliative Della piccola: eseguire una gastrostomia permetterebbe di alimentarla, ma il rischio di trasfusione, dato che ha solo mezzo stomaco e ricamente vascolarizzato, e’ alto. E il padre ovviamente si continua ad oppore, in nome di una legge interpretata dall’uomo. Mi fanno rabbia molte cose in tutto questo, a cominciare dall’arroganza e presunzione, gia’ sperimentata anche in Italia, di queste persone, spesso senza nemmeno troppa intelligenza, che pretendono di voler insegnare la medicina a chi l’ha studiata da una vita e praticata da decenni, avvalendosi di un opuscoletto di 32 pagine e della fatidica frase “beh, in altri paesi operano senza sangue, si vada ad informare…”. Forse fareste meglio ad informarvi voi, o meglio ancora a lasciare che la vostra coscienza, e non il timore dell’uomo, vi porti a fare delle scelte discutibili. E magari vestirsi di modestia e umilta’, suggerimento tanto predicato quanto poco applicato. Tutta la questione mi ha aperto una ferita che tenevo chiusa da un po’ di tempo, ed alimentato una rabbia incontrollabile. Mi vengono in mente le parole lette recentemente in un libro: “Vedono gli alberi ma non la foresta”. Se penso poi alla decisione della madre, e al modo di gestirla, la rabbia aumenta ancor di piu’. E risparmio di riportare i commenti dei medici di Puebla, molto a modo ma tutti concordi nel riscontrare che il problema principale per la bambina sono i genitori, in particolar modo il padre… Ancora adesso a pensare a quel che ho assistito, a rivedere le immagini della tac, mi piange il cuore. Come puo’ volere Dio tutto questo? Come si puo’ pensare che una scelta discutibile, che toglie valore alla vita di un neonato incolpevole (o di un adulto in altri casi) invece che dargliene, possa essere approvata quando mette altri esseri umani nella condizione di dover decidere quando e come morira’? Sembra un grande paradosso, che ancora adesso, nella rabbia, faccio fatica a spiegarmi. Per non pensarci piu’ e’ bastato scendere in sala operatoria, parlare con il papa’ della bambina da operare, guardare gli occhi di chi lascia la vita della cosa piu’ preziosa che ha nelle tue mani e che, riponendo grande fiducia in te dopo aver sentito tutti i rischi a cui puo’ andare incontro, dice: “la lascio nelle sue mani doctor, so che e’ la cosa migliore…”. E la cosa bella, alla fine dell’intervento, e’ potergliela ridare in braccio, sana e salva.

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