venerdì 4 settembre 2009

HOSPITAL DE LA MUJER


Visto in questa immagine, l’ospedale verso il quale mi rechero´ tutte le mattine con 1 ora e mezzo di viaggio sui bus impazziti di Puebla non sembra niente male. Quel che offre al suo interno pero’ rispecchia molto bene le 2 facce di questa citta’, e di tutte quelle che ho potuto visitare in paesi considerati “poveri”. Centinaia di persone affollano ogni giorno il cortile, il pronto soccorso, e nel vederti arrivare con il camice bianco ti guardano con occhi speranzosi, convinti che tu possa far qualcosa per loro. All’entrata, una guardia controlla che nessuno invada l’ospedale senza permesso. Io passo, grazie al camice che e´ una sorta di lasciapassare. La giornata inizia al 1 piano, dove in una grande stanza sono radunati gli uffici amministrativi. In mezzo a questi, separati tra di loro da pareti di vetro trasparenti, ci sono gli uffici dei responsabili di reparto: ginecologia, neonatologia, epidemiologia. Tra le 2 file di uffici 6 scrivanie, occupate da segretarie intente a scartabellare tra carta carbone e registri cartacei. Nella stanza di neonatologia ho appuntamento col Dott. Rafael Aguilar, il Chirurgo Pediatra con cui seguo l’attivita’. Mi porta in giro per la struttura,presentandomi come “el doctor, que bien de la Italia y que vas roteando todo septiembre aquí con migo”. Rimango sorpresa dalle condizioni dell‘ospedale, ancora inferior a quelle di Kosice: il reparto di pronto soccorso letteralmente sommerso da persone in cerca di aiuto, e nel corridoio che separa il pronto soccorso dal blocco operatorio del piano terra, decine di partorienti, alcune in travaglio, altre con gia` il loro piccolo tra le mani, sfinite. 5 séanse di “intensivos”, neonati che necessitano di cure piu’ o meno intensive a seconda della patologia di cui sono affetti. Il chirurgo in questo ospedale itinera tutto il giorno, visitando pazienti a destra e a manca tra gli intensivos. Il mercoledi e´ il giorno del “consultorio” (il nostro ambulatorio), mentre gli altri giorni si gira e quando ci sono intervente si programmano scrivendoli su un librone al primo piano. Rimango colpito dalla confidenta con cui i medici si salutano: baci, abbracci, pacche sulle spalle, tutto in un clima sempre cordiale, anche con le infermiere. Cominciamo con gli intensivos 1, i píu’ gravi: c’e`il piccolo Luja, con una malformazione anorettale, che ha gia’ una doppia stomia, e tra 2 mesi fara’ l’intervento di Peña per la correzione dell´ano imperforato. Mi mostra delle lastre di un altro bambino: e´ un clisma opaco, lo osservo e guardando il dottore esclamo “Non e’ Hirschsprung!”. Rimane colpito dalle mie parole, e iniziamo una discussione sulla malattia di Hirschrpung. Mi chiede se conosco De La Torre Mondragon. Non sa che nelle conclusioni della mia tesi di laurea ho trovato piu’ aspetti negativi che positivi in quella tecnica. Lo conosco molto bene, e gli parlo di quel che penso. Scoprire che e’ un suo collega, che lavora nell’ospedale de los Ninos Pueblano qui in citta’ (si danno il cambio della guardia li) e che me lo fara’ conoscere per parlare di Hirschsprung mi emoziona, sapendo che effetto potra’ avere sul mio capo questa notizia. E’ il momento di entrare in sala, una grossa ernia inguinoscrotale va corretta. Qui ogni chirurgo ha i suoi vestiti, se li porta da casa e se li mette prima di entrare in sala. I miei, verde brillante e nuovi, risaltano troppo in mezzo a quelli vecchi e strappati della Maggior parte dei chirurghi qui. Mi vesto, entro nel blocco operatorio e all’ennesima presentazione guadagno un invito a pranzo da un altro medico: ha un figlio di 18 anni che studia italiano, cosí suo figlio potra’ esercitarsi a parlare con un italiano vero. Entrati nella sala dell’intervento ero gia’ preparato ad una mattinata da osservatore; la domanda “que numero di guanto tienes?” mi lascia entenderé che non sara’ cosi… Intervento riuscito perfettamente, durante il quale molte domande spezzano il silenzio (cosa fai nel tempo libero? Ti piace la birra? In Italia c’è il vino buono? Se vengo in Italia cosa devo visitare?….). Mi sembra di ritornare indietro di 3 anni, quando in Slovacchia, dopo gli interventi, le mie orecchie erano invase dal suono delle macchine da scrivere che trascrivevano su carta quanto fatto in sala operatoria. Rido nel vedere il tentativo fallito del dottore di scrivere il mio nome (Dr. Alexandr Rafaell la migliore interpretazione), finche`non mi resta che scriverglielo su un foglio. Conclusa la burocrazia e´ la volta di Diana Guadalupe, e dell’impianto di derivazione ventrículo peritoneale per correzione di drocefalia. Ho il piacere e l’onere di chiudere la ferita alla fine dell’intervento, e ad ogni punto mi vengono in mente Dejan e Sonja, piccolo flash lontano da qui. Ancora burocrazia, poi un piccolo bimbo necessita di un catetere venoso centrale. Qui si incide, si cerca la giugulare e si cateterizza a vista, senza filo guida ne’ miniinvasivita´. Costano troppo, meglio fare economico. E’ quasi ora di uscire, giusto il tempo per una nuova conoscenza, un chirurgo per adulti, che mi invita ad assisterlo un giorno la prossima settimana (ma e’ perche’ ho una faccia simpatica o solo un modo mas rapido per mandarme in galera e sbarazzarsi di me?). Rafael non sa se lavora questo weekend, vorrebbe tomar una cerveza con migo, attendero´ una sua eventuale chiamata. Intanto ci salutiamo, arrivederci a lunedi. Mentre torno a casa sull’autobus guardo le immagini della citta’ scorrere sotto i miei occhi. Mi fanno meno paura di 2 giorni fa. Sorrido per le risate dei 2 bambini seduti dietro, sballottolati qua e la dai salti dell’autobus sulle strade bucate di Puebla. So gia’ come andra’ a finire alla fine di questa esperienza, la giornata di oggi mi ha dato modo di pensarlo…

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